Appunti su “Nella Terza guerra mondiale – Un lessico politico per le lotte del presente” (DeriveApprodi, 2025)

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«Contro la guerra, da dentro». Prendere posizione contro di essa, riportandola di volta in volta nell’alveo dei rapporti sociali, sessuali, razziali e storici all’interno dei quali si innesta. Questa è la necessità degli autori e delle autrici di Nella Terza guerra mondiale – Un lessico politico per le lotte del presente, uscito da qualche mese per DeriveApprodi: riflettere sui modi in cui parliamo della guerra, le parole della sua legittimazione e della sua contestazione, rinunciando sia alla logica dei nemici esistenziali, sia alle «facili equidistanze» tra le parti, per costruire un lessico al servizio delle lotte del presente

Della Terza guerra mondiale, in questo senso, il collettivo ∫connessioni precarie non dà una definizione prioritariamente geopolitica, ma un’ipotesi politica che impone un necessario cambiamento dello sguardo: significa considerare il conflitto bellico dal punto di vista del lavoro vivo nel mercato mondiale, nel caos del capitalismo transnazionale, per tenere insieme le diverse forme di opposizione ad esso. Significa quindi affrontare alla radice il problema della fine della guerra, e non immaginare trattati di pace o tregue asservite ai processi di valorizzazione del capitale – la pax trumpiana ne è il più lampante effetto; offrire in tal modo un campo complessivo di visibilità, così da cogliere le differenze e le connessioni tra le figure del lavoro vivo, i suoi movimenti di lotta, e metterle in comunicazione.

È un’ipotesi, si diceva, quella della Terza guerra mondiale, eminentemente politica «perché pone il problema della sua fine» (p. 14), e lega a sé un preciso lessico di concetti, di parole per pensare il nostro presente, articolate capitolo per capitolo nel corso del volume; a partire dal transnazionale, il disordine mondiale che viviamo e la mancanza di prospettive a riguardo.

La logica transnazionale obbliga anzitutto considerare come il locale sia continuamente attraversato e trasformato da processi di estrazione di valore, oppressione, sfruttamento, e resistenza, che operano su un piano che trascende quello nazionale, e senza tuttavia limitarsi a quello globale. E al contempo ci obbliga a fare i conti con la rottura, sul piano nazionale e internazionale, delle mediazioni politiche, economiche, e istituzionali, che nel Novecento si erano sviluppate tra capitale e lavoro: rispetto alla crisi dello Stato sociale e all’ineffettualità delle risoluzioni Onu, occorre un punto di vista realista che anziché appellarsi vanamente al diritto internazionale riporti la questione di classe a fare i conti con le sue trasformazioni, a cominciare dalla riorganizzazione produttiva dal lato della riproduzione, inanellando a sé le identità di genere, razza e molteplici altre operai, precari, donne, Lgbtq+, migranti.

Al transnazionale si lega un’analisi sulle trasformazioni dello Stato come protagonista della riproduzione sociale, e la crescente diffusione del militarismo sopra ambiti tradizionalmente extra-bellici: controllo dei confini, normalizzazione delle esternalizzazioni, revoche del diritto d’asilo e attacchi ai ricongiungimenti famigliari, violenze e abusi contro migranti, sospinte da ideologie nazionaliste e dalla ridefinizione delle catene transnazionali del valore. Il caso dei CPR in Albania, insieme all’accordo del marzo 2024 tra l’Unione Europea e l’Egitto, individuato come nuovo fornitore energetico e “partner di contenimento” dei flussi migratori, è un chiaro caso dell’external border management dentro la Terza guerra mondiale.

Riflettendo sulla pervasività del militarismo (da non confondere con la militarizzazione in senso stretto), il collettivo si addentra in un territorio spinoso, che è forse il contributo critico più originale del libro: quello del campismo e degli appelli alla Resistenza, il suo richiamo costante nei movimenti di lotta, compresi quelli della sinistra per così dire radicale; una lotta spesso riportata alle categorie di antimperialismo e anticolonialismo, ben problematizzate. Il nodo che segnalano è la riproposizione di schematismi che, «anziché alimentare una opposizione politica alla guerra, hanno contribuito a rinsaldare la costruzione culturale della guerra degli Stati e delle loro alleanze. La trappola ideologica della contrapposizione storica tra una civilizzazione occidentale e un barbarismo orientale e il suo rovescio, una resistenza orientale e del sud globale contro il dominio occidentale, hanno rigettato costantemente i movimenti dentro una gabbia territoriale» (p. 29).

La resistenza condotta contro nemici estemporanei, di volta in volta con schieramenti occasionali su fronti manichei, avrebbe insomma impedito di cogliere somiglianze tra condizioni comuni, tra movimenti di lotta che rischiano un esito identitario, di pari passo al campismo: dato un nemico, occorre necessariamente schierarsi con l’altra parte. Questo approccio, insieme all’idealizzazione di un popolo omogeneo e non attraversato da rapporti di potere e linee di antagonismo, ha finito per condurre a vicinanze politiche con alleanze di Stati, milizie e regimi che, pur definendosi “resistenti”, riproducono nazionalismo, patriarcato e sfruttamento. Una rappresentazione, denunciano, che «ha oscurato milioni di proletari e proletarie russi e ucraini che la guerra ha colpito con la sua violenza e la sua miseria, e ha soffocato il rifiuto delle donne che si sono opposte alla guerra in condizioni di clandestinità; […] è stata indifferente verso i lavoratori migranti morti e fatti ostaggio il 7 ottobre; ha gettato il silenzio – anche attraverso la celebrazione degli eroi della resistenza in armi e della loro virilità combattente – sulle lotte delle donne e delle persone Lgbtq+ che non accettano di essere sottomesse in nome di un patriarcato sostenuto dall’islamismo politico o dal sionismo» (p. 53). E ha riprodotto un campismo tra femminismo occidentale e decoloniale, il cui superamento «non significa arrogarsi il privilegio di dire alle donne e alle persone Lgbtq+ che sono sotto le bombe che cosa devono o non possono fare. Significa sottrarre alla guerra il privilegio di stabilire l’ordine delle priorità» (ibid.).

La critica colpisce precisamente quel discorso decoloniale che sembrerebbe ricucire il binarismo che il postcoloniale aveva invece fatto saltare: quello tra due essenze, due omogenei, un Occidente e un suo Altro, ignorando le differenze di sesso, genere e classe al loro interno (e, si potrebbe aggiungere, riproducendo a rovescio il manicheismo che secondo Fanon era all’origine dell’ideologia coloniale). Un binarismo che non può che portare a un campismo di fondo tra Stati e attori para-statali, cioè tra soggetti che quella stessa guerra portano avanti. Alcune considerazioni piuttosto lucide e severe sono quindi rivolte ai movimenti pro-pal che, soprattutto in Italia, hanno spesso riprodotto lo schieramento tra due attori: essere contro Israele e il suo imperialismo ha imposto il sostegno ad Hamas in quanto unica forma di resistenza, e ha oltremodo impedito l’allaccio con le altre lotte della Terza guerra mondiale. Il presupposto teorico che si contesta è l’oppressione subita come collante delle lotte tra Nord e Sud globale, insomma il tema dei subalterni, del vittimismo come forma di autocolonizzazione, dell’identitarismo morale che sfocia nel nazionalismo delle lotte. Non si tratta di negare la realtà della violenza coloniale, ma di sottrarsi alla sua estetizzazione, sottrarsi alla confusione tra conflitto e rappresentazione, tra ferita e identità: «dal centro dell’Europa, ci sembra che essere oppressi non possa costituire di per sé un elemento in grado di accumunare le nostre lotte, al di là di singole insorgenze. E questo non tanto perché come europei e bianchi – o quasi – saremmo esclusi dalle alleanze “posisizionali”, cioè fondate su una gerarchia di appartenenze e origini, che il discorso decoloniale impone. Piuttosto, nel disfare il binarismo decoloniale, ci sembra opportuno riconoscere come nella Terza guerra mondiale sia necessario praticare terreni di lotta fuori dalle sabbie mobili di identità omogenee» (p. 84). L’esigenza è quella di aprire spazi di connessione, di una decolonizzazione senza frontiere, che rinunci al nesso tra sangue e terra per portare avanti le lotte.

Lo stimolo a superare gli irrigidimenti identitari (talvolta assecondati da un’idea di Resistenza slegata dai processi di trasformazione sociale ma relegata a fatto morale, a cui è dedicata un’acuta problematizzazione), è di gran lunga l’auspicio più significativo del volume, e indica una direzione per i movimenti di contestazione di oggi. «A chi vive sotto le bombe […] non si può chiedere di soffermarsi su questa riflessione. Da chi, invece, pur subendo gli effetti della guerra (e del militarismo che l’accompagna) vede le bombe solo da lontano, si dovrebbe pretendere questo sforzo» (p. 88).

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