Il 30 giugno scorso, è stato pubblicato il report della Relatrice Speciale delle Nazioni Uniti sui territori occupati in Palestina, Francesca Albanese, che fa il punto sullo stato dell’occupazione a Gaza e, più in generale, in Palestina da parte di Israele. Il documento comprova la natura dell’escalation di morti, espropriazione e polverizzazione delle terre palestinesi portata avanti da Israele, che si lega a un’economia (e un’ecologia, aggiungiamo noi) del genocidio: inquinamento, sfruttamento e guerra sono intrecciati nel progetto di apartheid e genocidio israeliano. Ciò significa che il volontario sterminio etnico palestinese produce profitti, per Israele e per aziende e società internazionali pubbliche e private.
Non si tratta di una novità. Il capitalismo coloniale – ma il capitalismo tout court – è anche, sempre, capitalismo razziale[1]: la produzione della razza, delle gerarchie sociali e ideologiche ad essa associata va di pari passo con la colonizzazione delle terre. Questo doppio movimento – dispiegamento della violenza per separare le persone dai propri mezzi di produzione (terra e macchine) e razzializzazione degli espropriati – è connaturato al progetto coloniale israeliano. Israele che, come ci ricorda Biden sull’onda del sionismo cristiano che risale ai progetti di rifondazione di una nuova Gerusalemme che animavano gli anglicani a bordo della Mayflower[2] – Israele che, si diceva citando Biden, se non esistesse, andrebbe inventata.
Lorenzo Kamel, bravo storico, ci dice che il sionismo non può «essere considerato come un progetto classico di colonialismo»[3]. La rete di intermediari che finanzia e trae profitto dal progetto genocida, come mostra il report, smentisce quest’affermazione. Di più: l’ideologia sionista non aleggia nell’aria; è il motore concreto degli apparati istituzionali e aziendali coinvolti nel genocidio. L’avamposto israeliano è un bacino di accumulazione basato sulla guerra e la militarizzazione che pompa flussi di profitto su scala planetaria. Il meccanismo è sempre lo stesso: divide et impera et cumula. Il mondo del colonizzato, come scriveva Fanon, è un mondo manicheo, fatto di confini. Fisici: «L’indigeno è un essere chiuso in un recinto, l’apartheid non è che una modalità della divisione in scomparti del mondo coloniale». Simbolici: «Il colono, quando vuole descrivere bene e trovare la parola giusta, si riferisce costantemente al bestiario». Parole a cui siamo ormai abituate: campi d’insediamento, confini, animali, bestie.
Marx ci insegna che il capitalista è una maschera del capitale, che è il capitale – la vampirizzazione di terre e lavoro – che parla per lui. Diffidiamo di questo punto. Il report ci mette di fronte a scelte, ad attori politici individuabili, con volti di carne e corpi pieni di vene, che ogni mattino controllano allo specchio la cravatta, il colletto, il risvolto della camicia. Noi li conosciamo. E conoscerli significa «scoprire il reale» e, di nuovo con Fanon, trasformarlo «nel movimento della sua prassi, nell’esercizio della violenza, nel suo progetto di liberazione».
Il testo che segue analizza e commenta il report prodotto da Albanese. Tutte le traduzioni, sono nostre.
Commento alla prima parte (pp. 1-12)
Il report di Albanese, come recita il riassunto riportato in apertura, analizza «la macchina composta da aziende e società [corporate machine] che supporta il progetto coloniale di insediamento volto alla espropriazione e sostituzione dei Palestinesi nel territorio occupato», mettendo in luce – ecco il punto – i profitti delle aziende e corporation derivati, prima, dall’occupazione e, ora, dal genocidio. Come mostra Albanese, il progetto di insediamento israeliano si basa cioè su un’economia del genocidio costruita su «interessi commerciali» che hanno contribuito all’espropriazione dai Palestinesi dalle loro terre. L’espropriazione e la ricolonizzazione di Gaza e, più in generale, dei territori occupati in Cisgiordania non è solo il frutto di un progetto politico, ma è funzionale ad una logica di profitto.
Le “aziende e società” [corporate entities] di cui parla il report designano tutte le imprese di business, multinazionali, entità no profit, pubbliche, private o di possesso statale che hanno «direttamente o indirettamente legittimato, agevolato e tratto profitto dalla costruzione e crescita degli insediamenti nei territori occupati». Si tratta, a tutti gli effetti, di un caso esemplare di colonialismo, in cui la responsabilità giuridica degli attori coinvolti è offuscata dall’indebolimento dei sistemi legali della terra colonizzata. Come si legge nel documento di Albanese:
Le potenze coloniali hanno continuato a fare affidamento su queste relazioni per esternalizzare, occultare e sfuggire alla responsabilità per lo spossessamento e l’asservimento dei Popoli Indigeni e per l’espropriazione delle loro risorse […]. Le imprese e gli Stati da cui provengono continuano a sfruttare disuguaglianze strutturali radicate nello spossessamento coloniale. Nel frattempo, sistemi normativi più deboli negli Stati un tempo colonizzati, insieme alle pressioni legate allo sviluppo e agli investimenti, fanno sì che le imprese spesso riescano a eludere ogni forma di responsabilità.

Il laboratorio a cielo aperto della Palestina «mette alla prova gli standard internazionali»: non solo gli Stati, secondo il Guiding Principles on Businness and Human Rights, hanno il dovere di prevenire, investigare, punire gli abusi di terze parti, ma esiste una continuità tra le responsabilità di aziende e società e il loro coinvolgimento nell’impresa coloniale, a prescindere dal fatto che esso sia diretto o indiretto. Nel corso dei conflitti, riporta Albanese, «le imprese e le aziende devono adottare una verifica accurata e ancora più stringente in materia di diritti umani per individuare eventuali criticità e adeguare di conseguenza il proprio comportamento». Dal momento che la Corte Internazionale di Giustizia ha ordinato a Isreale di «mettere fine alla creazione di condizioni che distruggono la vita [life-destroying conditions]», le aziende e imprese coinvolte detengono una responsabilità assoluta nel ritirarsi dalla collaborazione.
Il colonialismo di insediamento implica estrazione e profitto per mezzo e dalla colonizzazione della terra e dell’espulsione di chi la abita. A partire dal 1967, spiega Albanese, Israele ha portato avanti l’espropriazione e il rimpiazzo dei Palestinesi grazie sostegno fornitole da aziende e società che hanno provvisto lo Stato delle armi e delle tecnologie utili a distruggere case, scuole, ospedali, in modo da segregare e controllare le comunità, restringendo inoltre l’accesso alle risorse naturali. Lo sfruttamento, come indica il report, avviene su due livelli: polverizzazione – ciò distruzione – dei territori palestinesi, e appropriazione della forza lavoro e risorse palestinesi all’interno di un mercato monopolizzato, per mezzo dell’apparato ideologico e scientifico proveniente dalle università e dalle entità accademiche. Il processo, inaspritosi ulteriormente con gli accordi di Oslo II, che ha istituzionalizzato il monopolio israeliano sui territori e le risorse della Cisgiordania, è esploso dopo l’ottobre 2023. Qui, il regime israeliano di sfruttamento ed espropriazione si «metamorfizza», continua il report, nella mobilitazione massiccia di «infrastrutture economiche, tecnologiche e politiche» al fine di «infliggere violenza di massa e distruzione inaudita». Si passa da un’economia dell’occupazione ad un’economia del genocidio.
E tuttavia, leggere l’escalation – qui si espone chi scrive – come la risposta alla Resistenza dell’ottobre 2023 significherebbe fraintendere il ruolo degli armamenti e nelle infrastrutture tecnologiche nella costituzione dello Stato di Israele, che sono inscritte nel suo stesso corpo, fanno parte della sua fibra. Se compare una pistola al primo atto, entro il terzo verrà usata. Il report: «La violenza militarizzata ha creato lo Stato di Israele e rimane il motore del suo progetto d’insediamento coloniale». Non solo: il complesso industriale-militare rappresenta «la spina dorsale economica» dello Stato di Israele, le cui aziende (Elbit System e Istrael Areop in primis) e la sua rete di intermediari ne fanno l’ottava potenza militare al mondo nel 2023.
A questo punto, il documento dispiega la rete di intermediari che finanziano, e traggono profitto, dal genocidio: provvigioni militari esterne provengono dall’Europa, con aziende statunitensi e italiane (Leonardo S.P.A.) attive nell’armare o fornire armamenti; i droni che coprono le aree colonizzate sono sviluppati in collaborazione con prestigiose università americane (tra cui il MIT); la giapponese FANUC, leader mondiale della produzione di servizi per la robotica; la danese A. P. Moller. Ma la repressione dei Palestinesi, oltre alle forze militari di terra e di cielo, è in mano all’automazione, con le compagnie tech che forniscono infrastrutture «a doppio uso [dual-use]» per integrare dati di massa e di sorveglianza, approfittando della raccolta dei dati per allenare le macchine e, dall’altro, sviluppare un apparato di controllo estensivo. Scrive Albanese: «Il territorio palestinese occupato rappresenta un banco di prova unico per le tecnologie militari». Ecco i grandi, nuovi attori sulla scena del genocidio (nulla di nuovo, né di grande invero): IBM, Howlett Packard Enterprises; la filantropica Microsoft (attiva in Israele dal 1991), le cui tecnologie sono utilizzate nei servizi di polizia, nelle prigioni, e nelle colonie; Google e Amazon, che firmarono nel 2021 un accordo per 1.2 milioni di dollari (il progetto Nimbus), finanziato dal Ministro della Difesa, al fine di provvedere «infrastrutture tecnologiche centrali», Palantir «Microsoft, Alphabet e Amazon concedono a Israele un accesso praticamente esteso all’intero apparato governativo alle loro tecnologie cloud e di intelligenza artificiale, potenziando le capacità di elaborazione dei dati, di presa decisionale, di sorveglianza e di analisi».
Commento alla seconda parte (pp. 13-25)
L’economia del genocidio perpetrata da Israele vede la dinamica dello spopolamento come necessariamente complementare a quella del ripopolamento/sostituzione. In altri termini, la dinamica distruttiva, come si conviene ad un regime coloniale come quello sionista, va di pari passo ad una seconda dinamica costruttiva, finalizzata alla sostituzione etnica del popolo palestinese, sradicato e cancellato dai territori di provenienza, in favore dei nuovi coloni israeliani e/o internazionali.

Il meccanismo del replacement poggia sullo sfruttamento sistematico di quattro condizioni: 1) case e territori; 2) risorse naturali; 3) commercio di beni illegali; 4) finanziatori. Ciascuna di queste immette benzina nella macchina colonialista contando sul supporto materiale, economico e ideologico di partner privati. La colonizzazione di nuovi territori diventa così facile occasione di guadagno per un’enorme schiera di enti privati e finanziatori disposti a sostenere direttamente o indirettamente la causa genocidaria.
Case e territori
Israele ad oggi conta circa 371 colonie sorte sui territori del popolo palestinese di cui ben 57 sorte all’indomani dell’ottobre ’23 – a inutile ennesima dimostrazione che l’apparato coloniale militare e civile non avesse affatto bisogno di pretesti per essere azionato. Dal 2024 l’amministrazione delle colonie passa infatti sotto il controllo del governo civile, mentre il Ministry of Construction and Housing raddoppia il suo budget (circa $200mln).
Società come Caterpillar, Volvo, Doosan, HD Hyundai stringono accordi fornendo scavatori e altri macchinari per la demolizione delle abitazioni. La ditta Construcciones Auxiliar de Ferrocariles prende in appalto la rete ferroviaria che collega le colonie con Gerusalemme Ovest attraverso l’espansione della Light Rail Red Line e la nascita della Green Line. La società Heidelberg Materials estrae materiali dalla cava Nahal Raba situata nei territori occupati. Il frutto di queste collaborazioni è infine raccolto dall’agenzia immobiliare Keller William Realty e dalle compagnie di viaggio Booking e Airbnb: le nuove abitazioni vengono vendute o affittate a compratori israeliani (o sui mercati internazionali principalmente statunitensi e canadesi).
Risorse naturali
Com’è noto, il 9 ottobre ’23 il Ministro della Difesa Yoav Gallant dichiara lo stato di totale assedio tagliando acqua, elettricità e carburante a Gaza. Da quel momento in poi la società nazionale israeliana Mekorot, da cui Gaza è costretta ad approvvigionarsi, ha provvisto appena al 22% del fabbisogno dell’area. Così, mentre Israele sfrutta per conto delle società BP PLC e Chevron le risorse naturali dei territori occupati, anche dal punto di visto energetico (dato che la centrale elettrica di Gaza provvede a circa il 10-20% dell’energia richiesta) la sospensione delle forniture ha determinato per il popolo palestinese il collasso di pompe idriche, ospedali e un drammatico rialzo di casi di poliomielite.
Commercio di beni illegali
L’espansione delle colonie ha determinato la riduzione materiale delle aree agricole palestinesi, quindi, della quantità di prodotti alimentari da consumare e commerciare. I sistemi di irrigazione altamente tecnologici della società Netafim sono di fatti stati creati di pari passo con la colonizzazione dei territori palestinesi. Nessuna distinzione avviene tra i beni agricoli prodotti in Israele e quelli provenienti dalle colonie; persino in Europa l’eventuale responsabilità di acquistare generi alimentari dei territori occupati è imputata alla scarsa attenzione dei consumatori – laddove l’esistenza delle colonie è apertamente riconosciuta come illegale dal diritto internazionale.
Finanziatori
Ma in che modo lo stato di Israele riesce a finanziare l’economia del genocidio? In questo quadro, come mostra Albanese, assumono un ruolo decisivo i cosiddetti Treasury bonds, ovvero titoli di debito a lungo termine emessi dal Dipartimento del Tesoro di Israele per finanziare spese militari. Trattandosi di titoli in forma di obbligazione, i t-bonds risultano particolarmente vantaggiosi poiché prevedono il rimborso totale per l’investitore del capitale investito. Banche come BNP Paribas e Barclays, mostrando il ghigno peggiore del denaro che non conosce ragione altra da sé, hanno sottoscritto fin da subito queste obbligazioni, favorendo prestiti onerosi a società militari come Leonardo e Lockheed Martin, permettendo ad Israele di contenere eventuali premi di merito sugli interessi e orientando gli investimenti di fondi pensioni, privati e università. L’utilizzo sistematico della dimensione accademica per rinsaldare i rapporti di continuità ideologica tra governo e opinione pubblica ha poi di fatto prodotto un allineamento delle due dimensioni su larga scala. È in particolar modo presso le facoltà di legge, archeologia e studi sul Medio Oriente che viene costruita la legittimazione del colonialismo sionista contro la “minaccia terrorista palestinese”. Se non alimentando direttamente questa narrazione, numerose università in tutto il mondo sostengono attraverso la ricerca la causa israeliana. Spicca tra queste il caso del MIT di Boston finanziato dal Ministero della Difesa di Israele per la fornitura di droni militari e di sorveglianza.
Commento alla terza parte (pp. 25-38)
Il diritto internazionale riconosce diversi gradi di responsabilità delle aziende.
Esiste un livello superficiale in cui si collocano dichiarazioni politiche, comunicati pubblici, codici etici, con impatto prevalentemente reputazionale. È il territorio del cosiddetto purpose-washing, in cui proliferano tutte le verniciature green, rainbow, o peace, a seconda del target più profittevole del momento. Ma c’è un livello profondo, di peso giuridico rilevante, e storicamente più recente: è il campo dell’imputabilità legale delle attività economiche, la logica del profitto stesso. Ovvero la possibilità – e in certi casi l’obbligo – di attribuire responsabilità giuridica alle imprese per gli effetti dei propri profitti. Perché il businnes non è neutrale: ma politico, morale, e pertanto giuridicamente imputabile.
I precedenti storici più noti, citati nel report di Albanese, risalgono ai Processi di Norimberga contro le imprese del gruppo IG Farben (produttore del gas Zylon B, e principale fruitore delle cavie umane per esperimenti), che fu ritenuto sia direttamente sia indirettamente complice di crimini contro l’umanità; e il dibattito nel Sudafrica post-apartheid sul capitalismo coloniale razziale[4]. Su questi prodromi, una definizione più compiuta del concetto di “business accountability” è stata posta dagli UN Guiding Principles on Business and Human Rights (ONU, 2011), senza tuttavia imporre obblighi giuridici. I Principi si applicano a tutte le imprese coinvolte nella violazione dei diritti umani, «indipendentemente da dimensioni, settore, contesto operativo, proprietà o struttura», sancendo quindi una responsabilità che è autonoma e distinta da quella degli Stati. L’economia, in altri termini, non è una zona franca.

Ma il passaggio concettualmente epocale, come scrive Albanese, risale all’anno scorso: il 5 luglio 2024 entra in vigore nell’Unione Europea la Direttiva CSDDD (2024/1760), imponendo un regime di due diligence obbligatoria: esiste un obbligo di «identificare, anticipare, prevenire, rimediare e comunicare i rischi delle proprie attività d’impresa», sia nel campo dei diritti umani, sia sulle questioni ambientali. Si rende cioè punibile la passività: se un’impresa non agisce per prevenire o rimediare, ne risponde giuridicamente. Complicità, favoreggiamento mediante supporto morale, aiuto o assistenza materiale, oppure creando le condizioni necessarie affinché crimini possano verificarsi – sono da questo momento punibili.
Su queste basi, l’integrazione tra le economie dell’occupazione coloniale e quella del genocidio diventa una realtà riconosciuta. Esiste un’economia del genocidio – e il diritto internazionale deve dotarsi degli strumenti per imputarla.
«Il genocidio», continua Albanese, «è redditizio per molti»: mentre i supermercati mondiali continuano a rifornirsi dei prodotti degli insediamenti israeliani, l’occupazione permamente diventa il banco di prova ideale per big tech e produttori di armi (di cui Balckrock e Vanguard sono i principali) – «offerta e domanda illimitate, sorveglianza minima e zero responsabilità».
91. Gli affari continuano come sempre, ma nulla in questo sistema, nel quale le imprese sono parte integrante, è neutrale. Il duraturo motore ideologico, politico ed economico del capitalismo razziale ha trasformato l’economia israeliana di occupazione […] in un’economia del genocidio. Si tratta di una “impresa criminale congiunta”, in cui gli atti di uno contribuiscono a un’intera economia che alimenta, rifornisce e rende possibile questo genocidio. (Paragrafo 91 del Report A/HRC/55/73).
Le imprese sono inequivocabilmente avvertite dei rischi legali derivanti dal loro coinvolgimento diretto o indiretto nell’economia dell’occupazione.
Il report conclude con raccomandazioni, linee d’azione auspicabili. Si legge: imporre sanzioni e un embargo totale sulle armi a Israele. Cessare immediatamente tutte le attività commerciali che contribuiscono alla violazione dei diritti umani. Pagare risarcimenti al popolo palestinese (anche sotto forma di una tassa sulla ricchezza dell’apartheid, simile a quanto proposto dal TRC del Sudafrica). Rispettare il parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia del 2024, che ha sancito l’illegalità della presenza israeliana nei territori palestinesi. Ultima raccomandazione, boicottare.
98. Il Relatore Speciale invita i sindacati, gli avvocati, la società civile e i cittadini comuni a sostenere boicottaggi, disinvestimenti, sanzioni, giustizia per la Palestina e responsabilità a livello internazionale e nazionale; insieme, i popoli del mondo possono porre fine a questi crimini indicibili (Paragrafo 98 del Report A/HRC/55/73).
Coda
Digitando su Google “Report Albanese”, compare una stranezza. Il primo sito mostrato nella SERP (la facciata dei risultati), quello sponsorizzato, è di un dominio governativo israeliano. Preferiamo non riportarne il link per non dargli una seppur minima ulteriore visibilità.
Si tratta di un dossier estremamente critico e controverso verso Francesca Albanese: la si accusa di aver violato il Codice di Condotta Onu, in particolare le norme sull’imparzialità, e di aver espresso posizioni antisioniste e antisemite. Si chiede la sua rimozione dall’incarico, e si invita la comunità internazionale a non legittimare il suo operato.
Come si spiega? La neutralità di Google in materia politica, permette di fatto all’algoritmo di amplificare la voce di qualsiasi sito riconosciuto tecnicamente autorevole e affidabile, al di là dei contenuti – come quello con il dominio israeliano “.gov.il”. Basta pagare. Quanto, non si sa.
Il dominio govextra.gov.il ha all’attivo una trentina di siti sponsorizzati, comprati per asta sulla base di parole chiave che non sono note. Qualche titolo: “Report Albanese”, “UNRWA’s disinformation exposed”, “UNRWA Neutrality compromised”, “Don’t be fooled by HRD’s mask”.
Dal 2023 Google ha introdotto politiche di trasparenza rispetto al budget e al target geografico degli inserzionisti: per campagne politiche è obbligatorio rendere pubblici i finanziamenti, ma questi numeri – all’11 luglio 2025 – non ci sono. Nonostante le “pubblicità” di Israele siano all’attivo in quasi tutta l’Unione Europea, in Canada e negli Stati Uniti, queste sono catalogate sotto “famiglia” e altre categorie fasulle che permettono, di fatto, di rimanere all’oscuro sul budget effettivo.
Qui è possibile consultare la copertura geografica e i siti all’attivo, che invitiamo a segnalare:
https://adstransparency.google.com/?region=anywhere&domain=govextra.gov.il
[1] Cfr. S. Koshy, L. M. Cacho, J. A. Byrd, B. J. Jefferson (eds.), Racial Colonial Capitalism, Duke, Durham 2022.
[2] J. P. Filiu, Perché la Palestina è perduta ma Israele non ha vinto, tr. it. S. Manzo, Torino, Einaudi 2025, Cap. 1.
[3] L. Kamel, Israele-Palestina, Torino, Einaudi 2025.
[4] Nel 1995 venne istituita la Truth and Reconciliation Commission (TRC), con il compito di indagare i crimini dell’apartheid. La TRC dedicò un’intera sessione (11–13 novembre 1997) alle imprese, raccogliendo testimonianze da parte di organizzazioni (ANC, COSATU, SACP) e aziende come Anglo American, Old Mutual, South African Breweries. Il rapporto evidenzia chiaramente che “business was central to the economy that sustained the South African state during the apartheid years”.
Foto di copertina: Copyright: UN Photo/Mark Gaten
