Che cos’è la tecnologia? Qual è il suo rapporto con la crisi ecologica attuale?
La tesi di Alf Hornborg, professore di antropologia all’Università di Lund, è che l’artefatto tecnologico e, più in generale, le «global technomasses»[1], costituiscano espressioni contingenti del sistema economico globale. Le tecnologie e i sistemi tecnologici non posseggono cioè autonomia ontologica – come in Simondon e, per estensione, Hui – ma sono il coagulo delle relazioni di scambio globale, a loro volta incardinate su un assunto epistemico di fondo: «that anything you have can be exchanged for anything else». Hornborg definisce tale logica «general purpose money»[2]: si tratta dell’idea che la moneta rappresenti l’artefatto tecnologico capitalistico per eccellenza, nel quale si trova inscritta, appunto, la logica della scambiabilità universale, che innesca e mantiene una disimmetria materiale fra le risorse che entrano ed escono nel processo di scambio, mediato dalle macchine. La natura e il ruolo della tecnologia nell’Antropocene, quindi, è comprensibile solo alla luce dell’artefatto-moneta – o meglio, come scrive Hornborg, alla luce del “complesso” «money-economics-technology»[3] che ne rappresenta, si può dire, la condizione di possibilità.
Prima di esporre più analiticamente questo quadro teorico, occorre soffermarsi sull’obiettivo polemico di Hornborg, vale a dire le prospettive – postumaniste e legate all’Actor-Network-Theory[4] – che attribuiscono agency all’oggetto tecnico. Con la sua riconfigurazione in chiave socio-metabolica del nesso Antropocene-tecnologia, Hornborg intende criticare anzitutto gli studi di STS e di antropologia della tecnica che, soffermandosi sulla «local phenomenology of material objects»[5], riconoscono a questi ultimi la facoltà di agire o produrre attivamente effetti. Bruno Latour, scrive Hornborg, è l’esempio più paradigmatico di tale tendenza. In un celebre saggio del 1994[6], Latour utilizzava il caso della compravendita di armi da fuoco negli Stati Uniti per mostrare come la polarizzazione del dibattito intorno a due fronti opposti – contrari e favorevoli – rispecchiasse due concezioni alternative del rapporto fra agency e oggetto tecnico. La prima, che Latour denominava “determinista”, si caratterizzava per spostare l’agency esclusivamente sull’arma da fuoco, togliendo invece spazio all’intenzionalità umana; l’altra, “antropocentrica”, ne è il rovescio, e indica nell’umano – colui che impiega l’arma da fuoco – il soggetto esclusivo dell’azione. La conclusione di Latour intendeva superare tale dicotomia, e con essa la polarizzazione tra soggetto e oggetto, mostrando come l’artefatto tecnico non rappresentasse semplicemente un oggetto inerte, ma possedesse un ruolo attivo nel “mediare” e “redistribuire” l’azione complessiva, intesa come l’effetto emergente della rete di connessioni che comprende, ma non si riduce, all’oggetto tecnico stesso.
Hornborg muove due critiche a questa tesi: la prima è di tipo metodologico, la seconda di tipo ontologico. Dal punto di vista metodologico, il problema delle prospettive che attribuiscono agency ad artefatti tecnologici è che focalizzandosi sull’oggetto tecnico considerato isolatamente, si privilegia una prospettiva particolarista che lo slega dalla sua genesi storico-sociale. In altri termini, non è possibile, secondo Hornborg, prescindere dalle condizioni storiche di creazione dell’oggetto tecnico, il quale appare dotato di intenzionalità solo se disconnesso – si potrebbe dire impiegando un lessico aristotelico – dalla sua causa efficiente e finale, vale a dire se il processo di produzione viene tralasciato nell’analisi del risultato finale – ovvero, l’oggetto tecnico stesso. Solo in questo caso l’artefatto si anima, parendo quasi, per usare le parole di Marx che Hornborg sottoscrive, cominciare a “ballare da sé”. Di conseguenza – è questa la seconda critica – l’autonomia dell’oggetto rappresenta in realtà un residuo “magico” o, si vedrà a breve, “feticistico” dell’attività umana, derivato dalla confusione fra «agency», nel senso di qualità intenzionale o facoltà operativa dell’oggetto, e «delegated agency»[7], intesa come qualità intenzionale e facoltà operative umane ma trasposte nel, o delegate all’oggetto.
Horborg inverte quindi la prospettiva di Haff, studiata nel primo paragrafo di questo capitolo: l’oggetto tecnico, e con esso il sistema tecnico, non esprime una purpose, non possiede agency di per sé, ma è piuttosto designato (designed) in modo tale da «generate particular kinds of social behaviour»[8]. L’oggetto tecnico o il sistema tecnico incarna un’intenzione che è anzitutto umana. Il che non significa, tuttavia, che l’oggetto tecnico non costituisca a sua volta un vettore di organizzazione sociale; tutto al contrario: «the specific features of their design [degli oggetti tecnici] have consequences for how we organize social life»[9] proprio in virtù della loro forma, del loro diagramma; ma, di nuovo, è corretto dire che l’oggetto tecnico possiede conseguenze piuttosto che un’intenzionalità vera proprio. Ciò che manca al postumanesimo, e alle prospettive che si rifanno all’Actor-Network theory, in altri termini, è la differenza tra agency e agency intenzionale[10].
Ecco, quindi, i due processi al cui incrocio prende forma la tecnologia: da un lato, una determinata congiuntura storico-sociale, che ne determina la genesi; dall’altro gli effetti di riorganizzazione che la tecnologia stessa produce, incardinati nel suo design. La tesi di Hornborg, volta a un riposizionamento integralmente sociale dell’agency della tecnologia, è che sul lato sinistro di questo rapporto, quello della genesi storica, troviamo il mercato globale, mentre sul lato destro, quello degli effetti, la creazione di una disimmetria materiale, ovvero ecologica. La tecnologia è una funzione del mercato globale, o meglio, per citare la definizione che ne dà Hornborg stesso, la tecnologia è «a system of material artifacts that locally augments the capacity of a certain social category in some respect (e.g., by reducing necessary expenditures of human time), while being contingent on the rates at which biophysical resources (including embodied labor) are exchanged on the world market»[11]. È necessario ora analizzare più da vicino questo punto.
La tesi di Hornborg è che la tecnologia non rappresenti semplicemente un «corpus of know-how, a state of engineering, a set of ideas»[12], ma possegga uno statuto storico-ontologico più ampio. Queste componenti – ovvero l’“utilizzabilità” dell’artefatto – sono condizioni necessarie ma non sufficienti, laddove invece il requisito fondamentale alla base della genesi della tecnologia moderna[13] «is an unequal or asymmetric societal exchange of resources such as embodied labor, energy, land, or materials»[14]. La tecnologia moderna nasce in funzione della distribuzione diseguale dei flussi di risorse energetiche, lavorative ed ecologiche che circolano sul mercato globale, organizzate per mezzo della moneta. Un esempio può aiutare a spiegare la posizione di Hornborg: il caso della macchina a vapore.
Guardando all’invenzione della macchina a vapore prescindendo dal contesto socio-economico, essa appare come una scoperta individuale, per mezzo della quale diviene possibile mettere a profitto risorse biofisiche precedentemente rimaste inutilizzate. L’operazione di Hornborg consiste nell’allargare il quadro d’analisi rispetto a questa prospettiva particolarista. Le prime macchine industriali per la produzione di tessuti (azionate dall’energia idrica) furono concepite come sviluppo dei mulini ad acqua, in uso in Europa fin dai primi secoli d.C. A loro volta, però, per costruire questi opifici tessili i proprietari terrieri dovettero far conto su un ampio mercato atlantico (basato sul commercio degli schiavi e sulle piantagioni), oltreché su una fornitura a basso costo di fibra di cotone proveniente dalle piantagioni americane. Ora, tale scelta relativa all’implementazione tecnologica, che spinse i proprietari terrieri del Lancashire ad acquistare nuove macchine per le loro fabbriche, fu ripagata dal profitto ottenuto, che accelerò in questo modo l’industrializzazione nell’Inghilterra del XVIII secolo. Tuttavia, fin dall’inizio di questo processo, e al di là di qualsiasi calcolo economico, tale rete commerciale di estensione globale implicava un continuo trasferimento netto di lavoro e «embedded land» in direzione della Gran Bretagna. L’esistenza di un flusso di lavoro e terra, di mano d’opera e materie prime disponibili ad essere scambiate, sostiene Hornborg, rappresenta quindi il presupposto della nascita degli opifici tessili. La terra incorporata non comprendeva solo i campi di cotone, ma anche le terre agricole necessarie a sfamare i lavoratori. Più concretamente: ogni balla di cotone importata in Gran Bretagna racchiudeva quantità invisibili di lavoro (africano) e terra (americana), in misura superiore rispetto al lavoro e alla terra incorporati nelle esportazioni tessili britanniche (in rapporto al loro valore di mercato). In questo senso, la macchina a vapore funzionò come strumento per distribuire in maniera asimmetrica le risorse biofisiche provenienti da altre parti del mondo rispetto alla sua localizzazione[15], alimentando quello che Hornborg, rifacendosi ad una tradizione marxista da lui stesso denominata “eterodossa”[16], chiama “scambio ecologico diseguale”[17]. L’ontologia della tecnologia, in altri termini, è sociometabolica: essa dipende da flussi di risorse biofisiche che vengono riorganizzati su scala globale in maniera asimmetrica. È qui che diviene centrale il ruolo della moneta quale artefatto che organizza tale flusso energetico: la moneta rappresenta il mezzo attraverso il quale si invisibilizza la disimmetria fra le risorse biofisiche e valore di scambio[18]. Attivando ciò che Hornborg chiama “logica della scambiabilità universale”, la moneta rende cioè scambiabili risorse biofisiche con altri beni che, dalla prospettiva energetista adottata da Hornborg, non equivalgono al loro valore materiale. In altri termini, la “metrica” del valore prescinde dal riferimento materiale, dal costo “energetico” delle risorse biofisiche. Pur rifacendosi alla tradizione marxista, proprio nella sua analisi della tecnologia Hornborg ne prende le distanze, criticando il concetto di valore[19].
In altri termini, la «general purpose money» presuppone lo scambio ecologico diseguale, e le dinamiche di distruzione ecologica ad esso associate, che non vengono perciò contabilizzate nel calcolo dei prezzi: «the asymmetric transfers of embodied resources must be represented and understood in other than monetary terms, which implicates biophysical realities beyond the horizons of economics»[21]. Le macchine e i sistemi tecnologici sono il coagulo del processo di circolazione, nodi nella sua rete globale, che organizzano e perpetuano lo scambio ecologico diseguale.
Il presupposto storico della posizione di Hornborg è che solo con la modernità si assista allo sviluppo di tecnologie capaci di mettere in moto e alimentare il meccanismo dello scambio globale asimmetrico[22]. Prima di questo momento storico, occorrerebbe parlare di artefatti: la differenza che corre tra uno strumento pre-moderno e invece una global technomass (ad esempio, la macchina a vapore) è precisamente che il primo non costituisce il coagulo di rapporti di scambio globali[23].
Dal punto di vista storico, infatti, Hornborg identifica con la modernità il momento in cui si consuma la separazione tra la sfera della produzione, al cui studio è preposta l’economia, e la sfera dello scambio, al cui studio è invece preposta l’ingegneria intesa come scienza delle tecnologie. A questo proposito, sostiene Hornborg, non è un caso che la nascita «of the idea and phenomenon of “technology” and the idea and phenomenon of “economics» sia simultanea e localizzata nella stessa parte del globo, vale a dire l’Inghilterra della Rivoluzione Industriale. È qui che sono “inventati” il concetto e il fenomeno della tecnologia, e con, essi, il concetto e il fenomeno dell’economia.
Con la Rivoluzione Industriale si assiste a una rottura storico-epistemologica che trasforma il significato e la funzione dell’artefatto tecnologico rispetto all’età premoderna, così come dell’economia rispetto alla crematistica aristotelica intesa come “scienza della gestione dei beni”: «The discontinuity in material culture between pre-industrial tools, on the one hand, and industrial machines are contingent on global market prices, on the other, appears to coincide with the emergence of a completely new form of technological rationality»[25]. In entrambi i casi, come si vede dalla citazione appena riportata, la causa della trasformazione è la costruzione di una rete di scambio globale: «by technology and economics» scrive Hornborg «I mean things and ideas that are contingent on a globalized market». Su questo aspetto, al contrario di quanto si è visto più sopra, la tesi di Hornborg recupera esplicitamente l’analisi di Latour relativa alla genesi della categoria filosofica di modernità, che quest’ultimo identifica con la separazione di natura e società quali ambiti distinti del reale, costantemente “purificati” dalle contaminazioni reciproche sul piano teorico, ma nella pratica legati da un’ibridazione strutturale. Allo stesso modo, campi della tecnologia e dell’economia, sostiene Hornborg, sono «ontological mirrors of each other»[26]: ciascuno di essi nasce come riflesso dell’altro. Non solo: «since the Industrial Revolution engineers have believed […] that technological progress can be understood without consideration of the structure of world society»[27]. La macchina, in questo senso, è stata «purificata» della componente sociale.
Ciò che Hornborg intende sottolineare, in conclusione, è, da un lato, l’inscindibilità della tecnologia dalla logica della “general purpose money”, e dall’altro, dalle disimmetrie materiali create dallo scambio ecologico diseguale. Per questo motivo, il dispendio di risorse biofisiche e la degradazione materiale del pianeta, così come l’appropriazione e ridistribuzione globale di tempo e lavoro, sono una conseguenza necessaria dello sviluppo tecnologico: «Modern technologies tend to save time and space for those who can afford them, but […] at the expence of human time and natural space lost for those who cannot»[28]. Vi sono due implicazioni che derivano da questa posizione. La prima è che qualsiasi analisi che invisibilizzi la dipendenza della tecnologia dallo scambio ecologico diseguale ricade in ciò che Hornborg definisce “feticismo delle macchine”. Attribuendo alle macchine un’autonomia ontologica rispetto al mercato globale, si ricade nella trappola della “purificazione” della tecnologia dall’economia, laddove invece le due sono strutturalmente intrecciate. Su questo punto, egli è critico dello stesso Marx, ed in particolare della nozione di “forze di produzione”: «The Marxist concept of “productive forces” is entrenched in machine fetishism – as deludingly sequestered from global political economy – as the mainstream notion of technology»[29]. La seconda è la critica che rivolge alle soluzioni tecnologiche alla crisi ecologica. Nonostante «technological progress has brought immeasurable human benefits since the eighteenth century, but to maintain», al contrario degli ecomodernisti, Hornborg sostiene che il progresso tecnologico «has continuously imposed unacknowledged trade-offs in terms of social inequalities and ecological degradation»[30]. Ciò non significa che egli abbracci una prospettiva luddista; tutt’al contrario, in linea con la posizione materialista, ma eterodossa, che egli adotta, si tratta di guardare ai sistemi tecnologici moderni come vettori di distribuzione diseguale di risorse e, simultaneamente, di degrado ecologico. Si è già vista la critica che Hornborg, in coppia con Malm, muove al concetto di Antropocene. Nei suoi lavori dedicati al rapporto fra ecologia e sviluppo tecnologico, tale posizione è riconfermata ma specificata in maniera ulteriore. A questo proposito, Hornborg suggerisce la nozione di Tecnocene quale alternativa all’idea di Antropocene. Scrive Hornborg: «Rather than imply that climate change is the inexorable consequence of the emergence of Homo sapiens, as suggested by the notion of the Anthropocene, it would be better if the geological epoch inaugurated in the late eighteenth century be named the Technocene»[31]. Con Tecnocene indica quindi il verso soggetto dell’Antropocene, costitutito come un intreccio del sistema economico capitalistico e della tecnologia, che produce disuguaglianze a livello ecologico e sociale. In questo senso, anche per Hornborg il soggetto dell’Antropocene è la tecnologia ma non così come intesa da Haff e Hui, vale a dire quale sistema autotelico che avrebbe incluso al suo interno l’essere umano per mezzo di una totalizzazione planetaria. Il Tecnocene di Hornborg, al contrario, individua nei sistemi tecnologici prodotti “contingenti” di flussi di risorse biofisiche, organizzati in maniera asimmetrica. Dietro alla macchina, c’è quindi il lavoro umano – o più nello specifico, lo scambio ecologico diseguale che è mantenuto attivo dal mercato globale.
[1] Ibidem.
[2] A. Hornborg, Nature, Society and Justice in the Anthropocene. Unraveling the Money-Energy-Technology Complex, Cambridge Univ. Pr, Cambridge, 2019, p. 34.
[3] Ivi, p. 90.
[4] Si veda su questo il capitolo precedente.
[5] Ibidem.
[6] B. Latour, On Technical Mediation, in “Common Knowledge”, Vol.3, n. 2, 1994, pp. 29-64.
[7] A. Hornborg, Nature, society and justice, cit., p. 56.
[8] Ibidem.
[9] Ivi, p. 13.
[10] A. Hornborg, Global Magic: Technologies of Appropriation from Ancient Rome to Wall Street, Berlin, Springer, 2018, cap. 3.
[11] A. Hornborg, Nature, society and justice, cit, p. 95.
[12] Ivi, p. 145.
[13] Analizzeremo a breve l’impiego molto specifico che fa Hornborg del concetto di “moderno”.
[14] Ivi, p. 109; cfr. A. Hornborg, Global Magic, cit., p. 90-110.
[15] Questo processo, in estrema sintesi, può essere sintetizzato come una forma di «appropriazione spazio-temporale»: «the phenomenon of modern technology to a large extent can be conceptualized as a local saving of time and space at the expense of human time and natural space lost in other parts of the world-system». Cfr. A. Hornborg, Global Magic, cit., p. 152.
[16] A. Hornborg, Nature, society and justice, p. 234.
[17] Ibidem.
[18] Si tratta di un punto estremamente complesso ma centrale nell’analisi di Hornborg. Scrive: «Rather than let market prices define what is to be viewed as “equal” ratios of exchange, based on what commodities are “worth,” we must understand the entire discourse on a commodity’s “value” as conditioned by an inside view of capitalism rooted in bourgeois economic thought». La sua idea, in altri termini, è che il concetto stesso di valore sia il prodotto dell’economia capitalistica. Cfr. Ivi, p. 153.
[19] A. Hornborg, Why ecological economics should not adopt Marxian concept of value, in “Ecological Economics”, vol. 193, n. 193, 2022, pp. 1-6.
[20] A. Hornborg, The magic of the technology: the machine as a transformation of slavery, Roudledge, London, 2022.
[21] Ivi, p. 118. Il riferimento teorico alla base di questa posizione è l’economista greco naturalizzato francese Arghiri Emmanuel, dal quale Hornborg ricava il concetto – già menzionato – di “scambio economico diseguale”, approfondendone la dimensione ecologica. Nella sua opera del 1970, Unequal Exchange, Emmanuel estende la teoria del commercio marxiana, rimasta incompiuta nel Capitale, mostrando come la polarizzazione tra centro e periferia sviluppatasi con l’estensione imperialistica del mercato, avesse prodotto una contraddizione tra il valore di scambio, definito globalmente, e il prezzo del lavoro, stabilito dalla polarizzazione suddetta. Questa differenza nel prezzo del lavoro implica un trasferimento di valore, nascosto dall’artefatto-moneta. Il punto della teoria di Emmanuel, quindi, non è lo scambio in sé ma la differenza tra il valore globale e i differenti prezzi della forza lavoro[21]. Come in Hornborg, i presupposti della prospettiva di Emmanuel sono, da un lato, l’esistenza di un mercato globale, e dall’altro la tendenza storica del capitalismo ad espandersi senza assorbire la produzione, realizzando profitto per mezzo di un’accumulazione continuata. La soluzione storica a questa contraddizione è appunto lo “scambio diseguale”. Per mezzo del commercio imperialistico, il valore viene trasferito dal proletariato sovrasfruttato alla periferia, sino al centro del sistema. Su Emmanuel, si veda Unequal Exchange: A Study in the imperialism of Trade, New York, Monthly Review Press, 1970. Cfr. anche T. Lauesen, Arghiri Emmanuel and Unequal Exchange: Past, Present, and Future Relevance, in “Monthly Review”, vol. 76, n. 10, 2025.
[22] Questo posizione, come visto nella nota precedente, si trova anche in Emmanuel, il quale vede nello sviluppo di un mercato globale, da un lato, e nella tendenza storica del capitalismo all’accumulazione, i presupposti storici dello scambio diseguale quale forma imperialistica di valorizzazione del valore.
[23] Hornborg deriva tale differenza dai lavori dell’antropologo scozzese Tim Ingold. Cfr. A. Hornborg, The magic of technology, cit., p. 50.
[24] Ivi, p. 20.
[25] Ivi, p. 96.
[26] A. Hornborg, Nature, society and justice, cit., p. 70.
[27] Ivi, p. 25.
[28] Ivi, p. 253.
[29] Si tratta di un punto che è stato affrontato discutendo la prospettiva di Saito, il quale sostiene che nell’ultima fase della produzione di Marx, quest’ultimo avrebbe abbandonato definitivamente i residui di produttivismo ancora presenti nei Grundrisse per abbracciare invece l’idea del comunismo della decrescita.
[30] Ivi, p. 253.
[31] A. Hornborg, The Political Ecology of the Technocene. Uncovering ecologically unequal exchange in the world-system, in C. Bonneuil, F. Gemenne, C. Hamilton, The Anthropocene and the Global Environmental Crisis, cit. p. 67. Su questo si veda anche G. Grossi, La svolta del Tecnocene, Ombrecorte, Verona, 2023, insiste su questo concetto, ma abbracciando una prospettiva simile a quella di Hui e Haff. Secondo Grossi, infatti, il Tecnocene non è il nome corretto della presente epoca geologica, ma ciò che ad essa succede – caratterizzata nel complesso dalla potenziale autonomizzazione dei sistemi tecnologici dalla loro genesi umana.
