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Antropologia sperimentale: una panoramica

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L’antropologia contemporanea sta attraversando una trasformazione profonda, soprattutto nel momento in cui si confronta con oggetti di ricerca che sembrano eccedere i confini tradizionali della disciplina. Tra questi, il microbioma occupa una posizione particolarmente significativa. Parlare di “antropologia del microbioma” significa infatti mettere in relazione una disciplina storicamente centrata sull’essere umano con una realtà radicalmente non umana: quella dei microbi, delle ecologie batteriche e delle relazioni invisibili che attraversano i corpi e gli ambienti.

Questa tensione apre una serie di interrogativi teorici ed epistemologici. In che modo cambia l’antropologia quando entra in contatto con il microbioma? Quale ruolo può avere l’etnografia nello studio di fenomeni biologici apparentemente lontani dall’esperienza sociale e culturale? E soprattutto: come si ridefinisce l’idea stessa di sperimentazione nelle scienze umane?

L’etnografia come pratica sperimentale

Per affrontare questi problemi è utile partire da una riflessione di Michel Foucault sullo statuto delle scienze umane. In Le parole e le cose, Foucault descrive le scienze umane come discipline caratterizzate da una condizione strutturalmente instabile: l’essere umano è simultaneamente il soggetto che conosce e l’oggetto conosciuto. Questa sovrapposizione produce una forma di riflessività che rende impossibile una piena stabilizzazione del sapere.

Secondo Foucault, l’etnologia è animata da un costante principio di insoddisfazione, di messa in discussione, di critica e contestazione di tutto ciò che appare stabilito. Ne Le parole e le cose, Foucault propone il celebre “triedro epistemologico” del sapere moderno, articolato in tre grandi ambiti: le scienze esatte (come fisica e matematica), le scienze empiriche (come biologia, economia e linguistica) e le imprese critico-filosofiche, incaricate di elaborare le “ontologie regionali” delle scienze empiriche e i processi di formalizzazione delle scienze dure.

Negli interstizi di queste forme di sapere si collocano le scienze umane — psicologia, sociologia, storia delle idee — che non appartengono pienamente alle scienze “rispettabili”, ma agiscono, nelle parole di Foucault, come “intermediari pericolosi nello spazio del sapere”. La caratteristica fondamentale delle scienze umane è la loro duplicità o riflessività: l’essere umano è simultaneamente oggetto dell’indagine e soggetto che indaga. Questa riflessività rende le scienze umane strutturalmente instabili.

Ma il problema, per Foucault, è ancora più profondo. Le scienze umane sono definite da una “mobilità trascendentale”: l’essere umano è al tempo stesso fondamento e possibilità di ogni conoscenza, ma anche agente critico che mette continuamente in questione tali fondamenti. Il risultato è che le scienze umane tendono costantemente ad auto-demistificarsi. Inoltre, tutte le discipline che entrano in contatto con esse finiscono coinvolte in una sorta di “vertigine trascendentale”.

Questo processo conduce verso ciò che eccede l’umano stesso e che Foucault riassume nella categoria dell’“inconscio”: norme sociali, regole, procedure, sistemi di parentela, strutture culturali che l’essere umano trova già date e che costituiscono precisamente l’oggetto del sapere etnologico.

L’atteggiamento di Foucault nei confronti delle scienze umane è notoriamente ambiguo. Da un lato egli valorizza la loro posizione “meta-epistemologica”, vicina alle sue stesse inclinazioni archeologiche; dall’altro, sostiene che le scienze umane siano intrappolate in una riflessività involontaria. Invece di valorizzare la loro tendenza decostruttiva, esse cercano spesso di imitare le discipline consolidate — in particolare le scienze naturali — in una forma di mimetismo destinata inevitabilmente al fallimento.

È importante tenere presente questa idea del mimetismo rispetto alle scienze naturali, perché essa ritorna in modo decisivo nella storia dell’antropologia culturale.

Le “controscienze” e il sapere dell’eccesso

Nel quadro teorico delineato ne Le parole e le cose, Foucault identifica tre “controscienze”: la psicoanalisi, l’etnologia e una scienza fondata sulla linguistica. Queste discipline condividono tre caratteristiche fondamentali.

La prima è la loro portata illimitata. Essendo discipline intermediarie, esse si relazionano a tutte le altre forme di sapere e le loro categorie attraversano trasversalmente le scienze empiriche. Questo spiega perché risultino difficili da collocare e sembrino dipendere in modo indefinito da altri campi disciplinari.

La seconda caratteristica è la riflessività. Nelle controscienze, soggetto e oggetto della ricerca tendono a sovrapporsi, producendo una prospettiva meta-analitica che espone continuamente il sapere all’erosione storica. Le controscienze sono attraversate da una radicale inquietudine epistemologica che impedisce loro di stabilire confini definitivi.

La terza caratteristica, forse la più importante, è che le controscienze sono “scienze dell’eccesso”. Attraversando e destabilizzando tutti i campi del sapere, esse incontrano ciò che Foucault chiama “sistema”, “regola”, “norma”: fenomeni trascendentali esterni ai soggetti, ma che non assumono mai lo statuto rassicurante di oggetti materiali o naturali.

In questo senso, mentre le scienze umane tradizionali lavorano per estendere progressivamente i confini del sapere consolidato, le controscienze mirano a evidenziare gli eccessi, le fratture e le tensioni interne a quel sapere. Portata illimitata, riflessività ed eccesso: se assumiamo queste caratteristiche foucaultiane come punto di partenza, otteniamo una prima definizione di ciò che vorrei chiamare sapere sperimentale.

L’antropologia tra scienze naturali ed esperienza etnografica

Se osserviamo più da vicino l’epistemologia e la storia dell’antropologia socio-culturale, scopriamo che la tensione tra il mimetismo delle scienze naturali e la necessità di una rifondazione autonoma — tensione che, secondo Foucault, caratterizza tutte le scienze umane — è sempre stata al centro della disciplina. Un esempio emblematico è rappresentato da Argonauti del Pacifico Occidentale (1922) di Bronisław Malinowski, testo fondativo dell’etnografia moderna e della pratica dell’osservazione sul campo. Malinowski scrive:

Prima di procedere al resoconto del Kula, sarà opportuno descrivere i metodi utilizzati nella raccolta del materiale etnografico. I risultati della ricerca scientifica, in qualunque ramo del sapere, dovrebbero essere presentati in modo assolutamente sincero e trasparente. Nessuno penserebbe di offrire un contributo sperimentale alla fisica o alla chimica senza fornire una descrizione dettagliata dell’apparato sperimentale, delle modalità di osservazione, del numero delle osservazioni, del tempo dedicato ad esse e del grado di approssimazione delle misurazioni. Nelle scienze meno esatte, come la biologia o la geologia, questo non può essere fatto con lo stesso rigore, ma ogni studioso cerca comunque di rendere conto delle condizioni in cui sono state condotte le osservazioni. In etnografia, dove una descrizione sincera di tali dati è forse ancora più necessaria, questo non è sempre avvenuto con sufficiente generosità.

Questo passaggio mostra chiaramente il tentativo dell’etnografia di adottare il linguaggio metodologico delle scienze sperimentali. Tuttavia, il problema fondamentale dell’etnografia e dell’antropologia culturale è che il loro oggetto di studio non può essere provocato né replicato artificialmente. Le situazioni sociali, i rituali, le relazioni culturali e le pratiche simboliche non possono essere riprodotti in laboratorio.

Ed è precisamente qui che emerge il carattere autenticamente sperimentale dell’etnografia: non nella ripetizione controllata dell’esperimento scientifico, ma nell’esposizione radicale del ricercatore all’imprevedibilità del campo, alla trasformazione reciproca tra osservatore e osservato, e all’incontro con forme di vita che destabilizzano continuamente le categorie attraverso cui cerchiamo di comprenderle.

L’antropologia del microbioma rappresenta oggi una nuova frontiera di questa tensione epistemologica. Il microbioma obbliga infatti l’antropologia a confrontarsi con entità non umane che partecipano tuttavia alla costituzione della vita sociale, biologica e culturale. In questo senso, esso radicalizza ulteriormente la vocazione sperimentale dell’etnografia, spingendola oltre i confini tradizionali dell’umano.

Giovanni Fava

Classe 1996; filosofia, Antropocene, geologia. Perlopiù passeggio in montagna.

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