La lettura di Io ed Eucalipto di Susan M. Shultz (Diálogos, 2025), nella bella traduzione di Pina Piccolo e Maria Luisa Vezzali, introduce immediatamente il lettore in una prospettiva che sfida le convenzioni della scrittura contemporanea: servendosi di parola e immagine, l’autrice adotta un approccio esperienziale-meditativo, al contempo narrativo e stratificato, per instaurare un dialogo tra un essere umano e un essere eucalipto in forte simmetria ontologica. Sin dalle prime pagine, il testo manifesta la sua attenzione e tensione alla connessione e alla reciprocità, invitando chi legge a seguire il flusso della riflessione, sospendere giudizi, osservare e sostare accanto all’altro senza volerlo dominare.
L’eucalipto non è elemento naturale mimetico né dispositivo retorico. La sua presenza è concreta, ambivalente, resistente. La relazione tra umano e non umano non è conciliazione, ma dialogo asimmetrico e al contempo relazione in cui nessuno dei due poli può pretendere centralità ontologica. L’albero non viene adottato per rappresentare l’umano, né per offrirgli uno specchio simbolico; resta altro, dotato di una propria opacità. In questa alterità che non si lascia ridurre risiede la forza del libro: la natura non è subordinata allo sguardo umano, ma entra in una relazione che espone entrambi a ridefinizioni reciproche. Non vi è fusione, ma co-presenza; non appropriazione, ma confronto. La scrittura non parla attraverso l’eucalipto, ma con l’eucalipto, accettando che il dialogo resti parziale, incompleto, mai risolto.
Il libro, fortemente intermediale, vive della relazione tra due forme testuali: fotografia e parola. In questa dialettica l’autrice dipana il filo dell’interrogarsi, tra immagine e prosa lirico-filosofica, il cui senso si addensa come resina.

La scrittura si pone come osservatrice e partecipante, registrando il dialogo in tutta la sua complessità e ambivalenza. La struttura, frammentaria e al contempo sviluppata per membra di un unico corpo di meditazioni, riflette questa postura. Così come l’albero cresce per stratificazioni invisibili, per anelli che registrano tempo e forme altre di memoria, anche il testo procede per giustapposizioni e variazioni. Ogni frammento interroga il precedente senza chiudere il senso. L’eucalipto introduce un tempo lungo, vegetale, che eccede quello biografico dell’autrice. La discrepanza tra temporalità vegetale e umana produce uno scarto percettivo che ridimensiona la centralità dell’io, non più centro assoluto nemmeno dell’esperienza, ma figura transitoria anche nella relazione con l’elemento naturale, in una tensione mai paga verso la ricerca di reciprocità.
Accanto a questa tensione letta in chiave ontologica si può rintracciare una dimensione politica che appare suggerita dalla scelta della specie. L’eucalipto reca con sé una storia di interventi, spesso economici e coloniali, e di migrazione tra territori. Senza trasformare la riflessione in dichiarazione programmatica, Shultz lascia intravedere il legame tra botanica e storia, tra conoscenza e dominio, suggerendo come la relazione con l’elemento naturale non sia mai neutra.
Prosa e fotografia divengono strumenti di registrazione, riflessione e restituzione. La precisione della rappresentazione per ingrandimento, analogamente alla puntualità del ragionamento, l’attenzione al dettaglio e l’andamento del testo diventano strumenti per costruire un’interazione e un dialogo autentico con il non umano, evitando semplificazioni retoriche o scorci consolatori. La forma non è ornamento, ma luogo in cui si gioca la possibilità stessa della relazione.
Proprio questa postura di frontiera conferisce al libro una rilevanza particolare nel panorama editoriale italiano. Se in altri contesti linguistici le scritture ibride tra autobiografia, ecologia e ricerca hanno trovato maggiore attenzione, in Italia queste pratiche restano rarefatte, anche a causa di politiche culturali che faticano a riconoscere e sostenere forme ibride di ricerca letteraria così come paradigmi meno antropocentrici. Io ed Eucalipto interviene inserendosi in quest’ambito ancora poco frequentato, per costituirne un nuovo tassello e per metterne in discussione i confini.
Il lavoro di Pina Piccolo e Maria Luisa Vezzali assume in questo quadro un valore che non si limita al già profondo lavoro di traduzione. La restituzione in lingua italiana conserva e trasmette densità e tensioni concettuali senza attenuarne la complessità. La curatela non soltanto accompagna il testo, ma ne rende possibile l’esistenza anche in questo contesto. La traduzione per volontà di pubblicazione è un gesto culturale significativo: introdurre un libro difficilmente classificabile significa scommettere sulla disponibilità del lettore a sostare nell’incertezza e ad abitare una scrittura che non semplifica.
In questo senso l’opera di Shultz si colloca in un filone di ricerca che negli ultimi anni ha iniziato a interrogare con maggiore radicalità il rapporto tra scrittura, mondo naturale e forme della percezione. Non si tratta tuttavia di aderire a un orientamento teorico o a una corrente riconoscibile, quanto piuttosto di praticare, attraverso la lingua, una forma di attenzione. È in questa attenzione – paziente, talvolta quasi microscopica – che il testo trova la propria forza: nel sostare presso ciò che resiste alla nominazione immediata, nel lasciare che la parola e l’immagine si avvicinino all’elemento altro, senza voler appropriarsi del proprio oggetto.
In questo senso Io ed Eucalipto offre al lettore un’esperienza di lettura che, mediante l’interpretazione di un ricco dialogo tra forme testuali (immagine e parola), diviene l’attraversamento di una relazione. Tra immagine e parola, tra osservazione e meditazione, tra presente e memoria, tra essere umano ed essere albero, il libro costruisce uno spazio in cui la scrittura si pone l’obiettivo di permanere accanto all’alterità senza ridurla a oggetto. È forse proprio in questa postura – attenta, questionante, mai pacificata – che risiede la sua forza più duratura.
È anche su questa frontiera che la letteratura contemporanea è chiamata a misurare la propria responsabilità: non solo descrivere e ridefinire il presente in chiave ecocritica, ma trovare la forma per interrogarlo.
Articolo di Giovanni Luca Asmundo
