Crolli il grattacielo. Su “Tutta nostra la città” di Elisa Venturini

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Il libro d’esordio di Elisa Venturini, Tutta nostra la città (Asterisco, 2025), si colloca  in una contemporaneità urbana in cui affiora con crescente nitore un attrito ormai impossibile da ignorare. Da un lato, si assiste all’irrobustimento dell’apparato securitario e alla voracità della rendita immobiliare, processi che avanzano di pari passo, rafforzandosi reciprocamente. Dall’altro, negli interstizi prodotti da queste stesse dinamiche emergono pratiche collettive che, pur sottoposte a una costante pressione, riescono ancora a forzare varchi di resistenza.

Nelle piazze e negli spazi autogestiti si rivendica la necessità di “spazi liberi per tuttə” come luoghi di autodeterminazione, (contro)cultura e mutualismo, in aperto contrasto con la mercificazione urbana. Nel frattempo, il governo e le amministrazioni locali moltiplicano zone rosse, daspo urbani e ordinanze sul decoro, spesso trasformando bisogni sociali in questioni di ordine pubblico. Parallelamente le realtà che animano le lotte per la casa denunciano l’escalation di violenza nella gestione degli sfratti e inseriscono la crisi abitativa entro un quadro più ampio, legandola a processi che stanno riplasmando la geografia e quindi la vita possibile nelle città: l’acquisto di interi condomìni da parte di grandi società private, il mancato rinnovo dei contratti di locazione, la conversione degli appartamenti in strutture turistiche o il sempre maggior ricorso ad affitti brevi a canoni inaccessibili, l’espulsione progressiva degli abitanti dai centri storici cittadini sotto la pressione di costi gonfiati dal mercato turistico.

Per questo collettivi come PLAT a Bologna  propongono interventi e pratiche come l’autorecupero, la requisizione degli sfitti e la moratoria sugli sfratti, intesi sia come strumenti di tutela ma anche come leve politiche per incidere su una città sempre più orientata alla rendita e alla monocoltura turistica. Questi collettivi ci ricordano ancora una volta che abitare significa innanzitutto avere un tetto sopra la testa, ma ha anche a che vedere con i rapporti che intratteniamo con le persone, con la possibilità di sottrarsi alla violenza, con salari sempre più compressi e costi della vita in crescita, mentre assistiamo a una graduale riallocazione delle risorse pubbliche dal sistema di welfare verso politiche di sicurezza e controllo.

Lo sgombero del Leoncavallo a Milano si impone come nodo emblematico di questa fase. Emanuele Braga lo legge come il prodotto della congiuntura tra forze di governo di stampo fascista e una giunta locale di centrosinistra «prona ai forti immobiliaristi», collocandolo al tempo stesso in una fase globale segnata dall’ascesa di destre che «governano il mondo con guerre coloniali e genocidi», in uno scenario in cui «il diritto internazionale non vale più nulla». L’attacco a una delle esperienze di occupazione più longeve e prolifiche di Milano può essere isolato come punto discreto dentro un lungo processo di disciplinamento dello spazio urbano, un processo che mira a «chiudere zone di dissenso» e a espellere con sempre maggiore violenza ed efficacia un «blocco sociale indipendente, cooperante, solidale e mutualistico» che, nonostante tutto, continua a incutere timore proprio perché capace di produrre nel presente – e di immaginare per il futuro – alternative praticabili al modello di città securitaria ed esclusiva perseguito dalla giunta Sala.

Il corteo “Giù le mani dalla città”, convocato subito dopo lo sgombero,  ha visto la partecipazione di oltre trentamila persone ed è arrivato fino in piazza Duomo, forzando il massiccio schieramento di forze dell’ordine e contravvenendo alle indicazioni della questura, che ne aveva invece autorizzato la conclusione in piazza Fontana. Lo scarto finale non ha risolto la domanda «di chi è la città?», ma l’ha resa palpabile: ha mostrato come, dentro un dispositivo di controllo sempre più stretto, pratiche collettive possano ancora farsi strada e contestare la criminalizzazione degli spazi di resistenza.

A Bologna, l’anno si era aperto con l’assemblea cittadina “Spazi liberi per tuttə le frocie”, che riportava al centro del dibattito il nesso tra antifascismo, diritto alla città e critica delle politiche di sicurezza da una prospettiva transfemminista queer. A partire dai ripetuti attacchi subiti dal Cassero tra la fine del 2024 e l’inizio del 2025 – striscioni strappati, minacce, ronde neofasciste attorno alla sede – l’assemblea denunciava un clima di violenze e intimidazioni reso possibile dalla legittimazione istituzionale dei discorsi d’odio e da una gestione delle piazze che facilitavano i presìdi dell’estrema destra, ostacolando di converso le proteste dei movimenti per la casa, per l’ambiente e per la Palestina, così come i pride, i sit-in e altre forme di protesta pacifica. La rivendicazione di «PIÙ SPAZI LIBERI PER TUTTE LE FROCIE» rispondeva a questo scenario, segnato dalla messa in discussione dei percorsi di affermazione di genere, dagli attacchi alle famiglie omogenitoriali, dalle pressioni sulle strutture sanitarie che seguono le persone trans* e dalle nuove misure allora proposte, ormai introdotte, col decreto sicurezza. Difendere il Cassero e gli spazi LGBTQIA+ significava, in questo quadro, difendere la possibilità stessa di organizzarsi e di prendere parola nella città.

Sul finire dell’anno invece, il 15 ottobre 2025, ricorrevano i dieci anni dallo sgombero di Atlantide. L’invito era a ricordare che «siamo ancora queer» e che «i nostri corpi» hanno continuato a muoversi «come archivi viventi delle lotte femministe, queer, punk, intersezionali e anticoloniali», in una città sempre più trasformata da una turistificazione aggressiva. “Atlantide ovunque!” era stato il grido levatosi subito dopo lo sgombero e la muratura coatta del cassero di Porta Santo Stefano, ed è sulla scorta di questa esortazione che dieci anni più tardi si innesta una riflessione partecipata e laboratoriale in grado di interrogare tanto il movimento – «come immaginiamo e conquistiamo i nostri spazi queer autogestiti?» – quanto gli amministratori locali del PD – «secondo voi, dove si preparano le mobilitazioni che sbandierate come prodotti tipici delle vostre città-vetrina? Comprese le piazze per la Palestina in cui – alla buon’ora! – venite a sfilare?».

Intanto, le politiche migratorie e di ordine pubblico contribuiscono a produrre una città segmentata: il DASPO urbano finisce per colpire in modo selettivo soggettività già vulnerabili, mentre la gestione poliziesca delle strade, i CPR come luoghi di detenzione amministrativa e i processi di ghettizzazione consolidano una gestione della marginalità come problema di sicurezza, invece che come terreno di diritti e di politiche sociali. Piazze e manifestazioni per la giustizia sociale vengono spesso attaccate o disperse attraverso un dispiego sproporzionato delle forze dell’ordine, in nome di una tutela dell’ordine pubblico che appare sempre più come protezione degli interessi di pochi attori economici e politici. In risposta, pezzi di movimento intrecciano diritto all’abitare, giustizia climatica e cura urbana, praticando orti, riusi sociali, forme di rigenerazione non speculativa e percorsi di cittadinanza attiva ecologista.

È in questa congiuntura che si colloca Tutta nostra la città. Prospettive trans*femministequeer per sovvertire lo spazio urbano, un libro che mostra come l’accesso allo spazio urbano sia di fatto organizzato a dispositivi di esclusione, controllo e culto del decoro, e come conseguentemente il diritto alla città sia distribuito in modo profondamente diseguale. Il volume si radica nell’esperienza di Liber* Tutt*, collettiva tfq di San Donato Milanese, e nelle pratiche che ne hanno scandito l’intervento politico: mappature partecipate, passeggiate di riappropriazione, laboratori, manifesti che interrogano la materialità degli spazi, le percezioni di sicurezza e insicurezza, e le frizioni tra metropoli e periferia. Si capisce subito come Venturini, pur muovendosi nel solco foucaultiano, adoperi quelle categorie non tanto come un’impalcatura concettuale, bensì come una risorsa analogica capace di tenere insieme archivi eterogenei sulle forme di assoggettamento e di soggettivazione che attraversano la città. Il volume mobilita sovranità, disciplina e sicurezza per leggere l’esclusione spaziale, il controllo tecnologico e l’ossessione del decoro, contaminando queste griglie con l’intersezionalità, la critica decoloniale e l’urbanistica militante. La città si configura come “dispositivo biopolitico” e, nello stesso tempo, come un campo di possibilità ed eterotopia, uno spazio in cui cura, rabbia e desiderio sessuale aprono fenditure nei dispositivi di esclusione, sorveglianza e normalizzazione.

La tensione che anima il libro risiede nel suo movimento temporale, un andirivieni tra passato e presente che richiama la lezione di Cruising Utopia di José Esteban Muñoz: non una genealogia, ma una costellazione di “mosse temporali” che accostano esperienze storiche e pratiche attuali per generare una memoria d’archivio capace di nutrire le lotte del presente. Le occupazioni e i riusi di STAR House o di Q_ra(ti) nella sanità territoriale, gli hackeraggi e le interferenze di Rote Zora e di Queering the Map, le incursioni performative di Sex Panic! e di NUDM vengono letti come esperimenti di eterotopie situate e temporanee: luoghi in cui cura, rabbia e desiderio ridisegnano l’uso della città, inventano comunità e generano altre geografie politiche e affettive.

In questo senso Tutta nostra la città è meno un trattato che una cartografia operativa per chi oggi prova a resistere alla convergenza tra gentrificazione, securitarismo e neoliberismo. Il libro permette di ricollegare le mobilitazioni contro sgomberi e sfratti, le piazze per la Palestina, le campagne per spazi liberi queer, le lotte ecologiste e antirazziste, alle sperimentazioni storiche dei movimenti femministi e queer transnazionali, costruendo una trama di continuità e di reinvenzione. La domanda che pone, in fondo, è la stessa delle piazze: di chi è la città? La forza del testo sta nel mostrare che questa domanda si gioca ogni giorno nei corpi che attraversano strade, stazioni, consultori, centri sociali, case occupate, e nel modo in cui scegliamo di praticare o subire le norme che li governano. Come strumento di lettura e di invenzione politica, il libro di Venturini offre risorse preziose per interrogare il nostro modo di abitare: ci invita a riconoscere come siamo statə resə soggettə nelle città della sorveglianza e della rendita, e al tempo stesso a immaginare e costruire spazi altri, pratiche di cura, di desiderio, di conflitto, capaci di trasformare l’urbano in chiave transfemminista queer, intersezionale e decoloniale.

In un tempo in cui lo Stato alza muri, delimita zone rosse, estende CPR e DASPO urbano, Tutta nostra la città rilancia l’orizzonte ostinato di chi continua a rispondere che la città non è merce né fortezza: è, o può diventare, un campo di lotta condiviso, in cui provare a fare davvero nostra la città.

Articolo di Demetra Rossi

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