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Slavoj Žižek all’assalto del progresso

23 minuti

In due fulminanti saggi brevi pubblicati negli ultimi anni, il filosofo sloveno ha rivendicato il concetto di “progresso” proprio nel momento in cui esso sembra scomparire. Entrambi i testi, Too Late to Awaken: What Lies Ahead When There is No Future? (Penguin Books, 2023) Against Progress (Bloomsbury 2024), si presentano come raccolte di brevi articoli separati, ciascuno autoconclusivo e individuale, che vanno ai ferri corti con i discorsi dominanti per chiedersi se abbia ancora senso parlare di ‘progresso’.

Chi ha disfatto la linearità del tempo?

Nelle numerose ed interminabili critiche mosse alle concezioni assodate di progresso – variamente etichettabili come “moderne”, “europee”, “illuministe”, “prometeiche” o “hegeliane” – esiste un tema ricorrente, soventemente ripetuto e riaffermato: l’errore principale di queste interpretazioni è stato ritenere il progresso come uno sviluppo graduale, necessario e lineare.

C’è sicuramente del vero in questa lettura; infatti, la tentazione di ritenere che si sia all’interno di una marcia nella storia e in un processo di graduale conquista di livelli sempre qualitativamente migliori è insita in tutti i tentativi di cercare un significato razionale nello svolgersi degli eventi.

Il mondo a cui assistiamo al giorno d’oggi sembra dare maggiore forza a questa critica. Che cosa prova la non-linearità del tempo e la non-progressività della Storia più dei continui cortocircuiti fra passato e futuro a cui assistiamo oggi? È probabilmente per questa ragione che un libro di 2700 anni fa anima la politica estera di un ministro israeliano1, che Putin si inventa come storico mentre invade l’Ucraina e che il tecno-ottimismo di Peter Thiel è argomentato, da lui stesso, in riferimento alla Lettera ai Tessalonicesi.

È poiché cosciente di tutto ciò che Žižek invita provocatoriamente ad abbandonare un fondamentale presupposto liberale: “c’è un futuro“. No, dice il filosofo sloveno: «nella situazione apocalittica odierna, il nostro orizzonte ultimo – il futur – è ciò che Jean-Pierre Dupuy chiama il “punto fisso” dispotico: un punto-zero di  guerra nucleare, tracollo ecologico e caos economico e sociale a livello globale […]. Anche se tutto ciò è indefinitamente rimandato, questo punto-zero è il “polo d’attrazione” verso cui la nostra realtà, lasciata a sé stessa, tenderà» (Too Late to Awaken, p. 2).

La domanda da porre è, dunque, cosa c’è davanti a noi quando non abbiamo un futuro? Quale concetto di “progresso” serve (ammesso che ve ne sia uno) in questa condizione?

Žižek è lapalissiano sul punto: «la prima cosa a cui bisogna rinunciare è ogni idea di progresso lineare, globale e dell’intera umanità; indipendentemente dal fatto che questa idea sia stata formulata da Karl Marx, postulata da liberali come Francis Fukuyama o dominata da dialettiche illuministe» (Against Progress, p. 1).

Vero punto critico di queste prospettive è, secondo l’autore, il fatto che esse debbano sistematicamente dissimulare l’intero insieme di contraddizioni su cui si reggono. Proprio come un mago che cerca di eseguire la magia “senza trucco e senza inganno”, così un concetto ingenuo di progresso cerca di eseguire il suo trick pretendendo che esso sia un atto magico. Al contrario, dice Žižek, per sviluppare un’autentica nozione dialettica di progresso bisogna partire da un punto semplice: «ogni volta che uno stadio nuovo e più elevato sopraggiunge, ci deve essere un uccello schiacciato [squashed bird] da qualche parte» (Against Progress, p. 1).

Come chiamare, allora, quest’idea di progresso contemporanea che faccia esplicitamente i conti con la realtà, anche nei suoi aspetti più scomodi e squallidi? Žižek afferma che dobbiamo concepire il processo storico come un processo di redenzione. Contro l’idea di una marcia inevitabile della storia, il ‘progresso’ odierno deve rendersi conto del suo carattere locale e dei suoi presupposti ideologici non riconosciuti:

«Un autentico segno di autentico progresso è, paradossalmente, il nostro diventare consapevoli della sua localizzazione, dell’incardinamento del progresso nel sistema all’interno del quale esso si sviluppa attivamente. Ciò significa che noi diventiamo sempre consapevoli delle moltiplicità, delle complessità e – inevitabilmente – delle inconsistenze di ciò che presenta sé stesso come progresso»

(Against Progress, p. 7)

Questa prospettiva, dice Žižek, non è affatto estranea nella storia del pensiero filosofico; anzi, l’assioma ricorrente della filosofia moderna è l’identificazione di progresso e libertà, dove la definizione di questa decide circa la natura di quello. Già Kant, infatti, riteneva che il valore della Rivoluzione Francese risiedesse non nelle sue turbolente conquiste politiche ma nell’entusiasmo che essa fu in grado di generare all’epoca, ovvero nel suo valore di segno di una predisposizione alla moralità insita nel genere umano. Similmente, per l’idealismo tedesco «in contrasto con l’idea [aristotelica] che ritiene che ogni possibilità tenda ad attualizzare pienamente sé stessa, è necessario ritenere il ‘progresso’ come un movimento volto a restaurare la dimensione della potenzialità nella mera attualità, a dissotterrare – nel cuore stesso dell’atto – uno slancio segreto verso la potenza» (Against Progress, p. 11).

Il progresso autentico, allora, redime. Facendo ciò, esso evita sia di continuare a credere nella possibilità di un movimento storico universale e predeterminato sia di limitarsi ad invertire le strutture esistenti, presentando come nuovo nient’altro che il calco negativo delle condizioni vigenti.

Navigare fra Scilla e Cariddi costituisce la sfida di un pensiero progressivo e progressista oggi. Per comprendere pienamente in che maniera questa operazione può concretamente essere svolta è necessario, tuttavia, comprendere quali siano le condizioni che – in prima istanza – ci impongono la necessità di un nuovo concetto di progresso.

Il momento della bugia più profonda

È nel brevissimo saggio che costituisce il settimo capitolo di Against Progress (pp. 47-51) che Žižek chiarisce precisamente questo punto. Tutti conoscono la celebre domanda leninista “che fare?Tuttavia, ciò che tendiamo a dimenticare è che la questione circa cosa fare poggia precisamente su un’indicazione di cosa bisogna fare in via preliminare, intraprendere “analisi concrete di situazioni concrete“.

Non sono, dunque, i semplici eventi a generare la necessità di sovvertire il concetto di progresso, ma il guazzabuglio ideologico in cui la contemporaneità versa. Nessun progresso necessario e preordinato è possibile, pertanto nessun evento del passato può costituirsi come riferimento. La storia dell’emancipazione passata è chiusa, «tutto dovrebbe essere ripensato, bisogna ricominciare di nuovo dal punto zero» (p. 48)

È in forza della radicalità della crisi corrente che Žižek invita a resistere alle forme di stabilizzazione ideologica che oggi si consumano in ambedue i campi dello spettro politico. La nostra non è, dice Žižek, un’epoca in cui sono finite le opposizioni – come riteneva erroneamente Fukuyama – bensì una in cui è venuta meno la simmetria delle parti in lotta. Non scompaiono le barre divisorie che costituiscono gli scontri classici, progressisti vs conservatori, Sinistra vs Destra, secolarizzazione vs religione, multiculturalismo vs nazionalismo – sono ancora fra di noi. Piuttosto, ciò a cui assistiamo è un’ibridazione dialettica di logiche apparentemente aliene. Žižek le chiama “unholy alliances“, ovvero «collaborazioni e congiunzioni di forze ideologiche che interrompono i binari classici fra Sinistra e Destra» (Against Progress, p. 20).

Le ‘unholy alliances’ possono essere anche definite con un termine classico della teoria psicoanalitica: “perversioni”.

Un esempio chiaro, dice Žižek, è la pratica del worsting (‘peggioramento’), ovvero la tendenza da parte di un’autorità in crisi di ricostituirsi tramite l’umiliazione. Il caso paradigmatico di questo atteggiamento è Donald Trump, nelle cui azioni «l’autorità dignificata (o almeno la sua apparenza) è rimpiazzata da un’oscena figura paterna che si rende apertamente ridicola, rifacendosi a volgari barzellette sessiste o allusioni razziste» (Against Progress, p. 44). È per questa ragione che gli appelli alla “decenza” o alla serietà non funzionano più, il “worsting” non distrugge l’autorità ma la rende ridicola per impadroninarsene.

È interessante, sostiene Žižek, come questa tendenza non sia unicamente della destra ma compaia anche a sinistra nella forma di “[un’] interminabile autocritica alimentata dal senso di colpa” (Against Progress, p. 45). In queste condizioni, ciò che si forma è semplicemente un’altra unholy alliance fra nichilismo e debolezza che risulta in un sostanziale egoismo mascherato da critica di sé stessi. La vera autocritica – che costituisce la base di ogni vera dialettica – non è un continuo arrovellarsi nella sofferenza; bensì un’operazione che va veramente a decentrare chi la compie: consiste in nient’altro che ciò il vecchio trucco hegeliano per cui ogni volta che critichiamo la tradizione «noi dobbiamo anche tenere a mente che ciò che ci permette di criticare gli aspetti razzisti e sessisti dell’eredità europea sono gli elementi emancipativi di questa eredità stessa» (Against Progress, p. 46). Se il worsting della Destra e quello della Sinistra sembrano diversi, probabilmente è solo perché il primo sta risultando elettoralmente vincente. Ambedue le tendenze mostrano i segni inconfondibili di una decadenza in corso e di una difficoltà intrinseca nel rivendicare autorità reale.

Un altro esempio lampante di cortocircuito ideologico è la questione ucraina (a cui buona parte di Too Late to Awaken è dedicato). Žižek ha dichiarato a più riprese la necessità di supportare l’Ucraina nella sua difesa contro l’aggressione russa. Eppure, bisogna prestare molta attenzione alle motivazioni ideologiche che ci spingono verso questa conclusione. Infatti, coloro che condividono la medesima conclusione (bisogna aiutare l’Ucraina a difendersi da Putin) ma che giustificano queste posizioni con argomenti razzisti o inneggiando al valore morale della guerra2 finiscono paradossalmente proprio per ripetere ideologicamente le logiche contro cui combattono strumentalmente e inneggiano alla “difesa della civiltà (europea)” proprio come il Patriarca Kiril di Mosca inneggia alla “difesa della civiltà (russa)”3. Ciò che si sostiene quando si affianca l’Ucraina (a cui consegue, ritiene Žižek, l’imperativo di fare altrettanto per la Palestina) non è la sua identità particolare, bensì un’universalità decentrata. Consegue, da ciò, una generalizzazione che deve informare la politica odierna «la sola vera universalità, oggi, è l’universalità della lotta. Così mentre la lotta dell’Ucraina merita il più ampio supporto, qualcosa di simile a un nuovo movimento dei paesi non allineati è richiesto – non nel senso che dobbiamo essere neutrali nella guerra in corso, ma che dobbiamo mettere in dubbio l’intera nozione di “scontro di civiltà”» (Too Late to Awaken, p. 33).

“Prendere posizione” nel mondo di oggi è, allora, tanto imperativo quanto problematico. Necessario poiché occorre virare rispetto al “punto fisso distopico” verso cui siamo in marcia e difficile poiché il caos permea lo spazio in cui dobbiamo orientarci. «Il momento presente non è, pertanto, un momento di verità in cui le cose divengono chiare, quando l’antagonismo fondamentale è chiaramente visibile. È il momento della più profonda bugia» (Too Late to Awaken, p. 32).

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Dire “No” nella storia olografica

Si ritorna alla questione iniziale, è precisamente perché oggi manca una bussola che bisogna rifiutare le concezioni tradizionali di progresso:

«Non c’è più una singola nozione di progresso che domini la nostra visione del passato, presente e futuro (anche il solito pilastro fondante dello sviluppo economico non è più convincente)». Noi viviamo in un’era di sovrapposizione di differenti concezioni universali di ‘progresso’, ciascuna delle quali conduce a un futuro inevitabile differente»

(Against Progress, p. 29).

Il miglior concetto per definire questa condizione è quello di storia olografica. In essa, il passato non è né analogico (come vorrebbe il detto di Cicerone) né fondativo (come, per certi versi, pensa Hegel) del presente, bensì esso è unicamente il prodotto delle retroproiezioni (backward-projections) che vi proiettiamo dal presente. La necessità, allora, emerge come la spiegazione contingente ma reale che ha generato il presente.

Questa maniera di interpretare la storia deve essere definita come top-down: non parte dall’origine bensì dalla conclusione. Ancora una volta, questa concezione non è – secondo Žižek – estranea alla tradizione filosofica. Se ne trova un esempio in Marx:

Probabilmente, l’esempio perfetto di ciò che possiamo chiamare ‘storia olografica’ è fornito da niente meno che Karl Marx. Marx non è un evoluzionista, ma scrive la storia “top-down”: il suo punto di partenza è l’ordine capitalista contemporaneo globale, e da questa posizione lui legge l’intera storia della società umana come un approccio graduale al capitalismo. Questa non è teleologia: la storia non è guidata dal telos del capitalismo, ma una volta che esso emerge, fornisce la chiave per l’intera (pre)istoria: si consideri la celebre narrazione di Marx, esposta nei Grundrisse, dello sviluppo lineare dalle società preistoriche attraverso il dispotismo asiatico, la schiavitù antica e il fedualesimo fino al capitalismo. Non vi è nessuna necessità teleologica in questo sviluppo; Marx non pensa che le cose dovessero essere in questa maniera, o che siano sempre state tali.

(Against Progress, p. 31)

Un esempio perfetto di questa applicazione si ha trattando del cambiamento climatico:

La catastrofa climatica è la necessità storica che deve spingerci verso la solidarietà globale. Tuttavia, la storia non è al nostro fianco (essa tende, piuttosto, al nostro suicidio collettivo). Non sorprende, allora, che molti commentatori concludano che la battaglia contro il riscaldamento globale è già persa. È giunto il momento di accettare questo fatto e ripensare la nostra intera strategia.

(Against Progress, p. 30)

Žižek non si nasconde e dichiara apertamente la forma essenzialmente benjaminiana della sua concezione di progresso. Non si tratta di alimentare ulteriormente il treno del progresso, bensì di tirare il freno d’emergenza. In questa prospettiva, ciò che deve caratterizzare il discorso odierno sul progresso è, sostanzialmente, il “dire no” (alla Melville: “I would prefer not to”). Come detto sopra, si tratta di opporsi tanto all’idea per cui, non essendoci più futuro, ci si può abbandonare all’inerzia quanto alla tesi (opposta nelle conclusioni, ma identica nella premessa) per cui ci siano dei punti fissi e stabili da “salvare” per salvarci.

È forse questo, allora, il senso in cui Žižek è “against progress”: esclamando “no!” al progresso come inerzia dello stato di cose vigente e riaffermando il medesimo punto contro le unilaterali letture ideologiche contemporanee. Ciò che rimane, allora, è un’idea di progresso come nobile miglioramento dell’umanità, come riscatto in senso elevato del reale. In breve, quel progresso che va contro. Sì, allora, “Against Progress” ma forse ancor di più “Progress Against…”.


1 “In quel medesimo tempo, Giosuè si mise in marcia e sterminò gli Anachiti della regione montuosa, di Ebron, di Debir, di Anab, di tutta la regione montuosa di Giuda e di tutta la regione montuosa d’Israele; Giosuè li votò allo sterminio con le loro città. Non rimasero più Anachiti nel paese dei figli d’Israele; non ne restarono che alcuni in Gaza, in Gat e in Asdod. Giosuè dunque prese tutto il paese, esattamente come il SIGNORE aveva detto a Mosè; e Giosuè lo diede in eredità a Israele, tribù per tribù, secondo la parte che toccava a ciascuna. E nel paese cessò la guerra.” (Giosuè 11:21-23). Questi versetti sono stati twittati da Smotrich.

2 È valido riportare l’intero passaggio di Žižek «Pur dovendo sostenere con fermezza l’Ucraina, dovremmo evitare la prospettiva di essere affascinati dalla guerra, che è chiaramente presente in coloro che continuano a spingere verso un confronto aperto con la Russia – il cui argomento potrebbe essere riassunto così: “Finalmente, tutte le pseudo-lotte per i diritti delle donne e contro il razzismo, che ci stavano dividendo, sono scomparse, e tutto il chiacchiericcio sulla crisi del capitalismo è giustamente marginalizzato; ora gli uomini devono tornare a comportarsi da uomini e combattere. Ecco perché donne e bambini stanno lasciando l’Ucraina, mentre gli uomini vi fanno ritorno per fare il proprio dovere!”.
Questo senza nemmeno menzionare le manifestazioni spontanee di razzismo diffuse nelle cronache europee e americane sull’Ucraina, ampiamente segnalate. Nella prima settimana dell’invasione, il corrispondente di CBS News Charlie D’Agata ha dichiarato che l’Ucraina “non è un luogo, con tutto il rispetto, come l’Iraq o l’Afghanistan, dove i conflitti infuriano da decenni. Si tratta di una città relativamente civilizzata, relativamente europea – devo scegliere bene le parole – un luogo dove non ci si aspetterebbe che ciò accada, o almeno lo si spera”. Un ex viceprocuratore generale dell’Ucraina ha detto alla BBC: “È molto emozionante per me, perché vedo persone europee con gli occhi azzurri e i capelli biondi… uccise ogni giorno”. Un giornalista francese, Philippe Corbé, ha affermato: “Non stiamo parlando di siriani in fuga dai bombardamenti del regime siriano sostenuto da Putin. Stiamo parlando di europei che fuggono in automobili simili alle nostre per salvare la propria vita.”» (Too Late to Awaken, p. 32)

Giovanni Soda

Classe 2000, ho rinunciato a studiare finanza per fare filosofia, sogno di scrivere per vivere e sono fermamente convinto che concetti, idee e pensieri di ieri riescano a spiegare il mondo di oggi meglio di quanto facciamo noi.

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