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Riappropriarsi di Reims. Su “La società come verdetto” di Didier Eribon

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Nel suo saggio del 1998 Shame and Identity, la scrittrice sudafricana Zoë Wicomb affermava come l’esistenza dei “coloured”, ovvero degli africani in Sudafrica, fosse strettamente intrecciata con il concetto di vergogna usato dal colonialismo e dalla politica sudafricana come strumento di oppressione razziale. Sempre Wicomb sosteneva, inoltre, che è attraverso questo discorso della vergogna e il continuo ridisegnare la propria identità per mezzo dell’invenzione di miti etnografici che gli africani in Sudafrica devono operare una ristoricizzazione della propria identità; ovvero è proprio a partire da una vergogna storicamente imposta che comincia la consapevolezza di essere sé come africani ed è sempre a partire dalla vergogna che gli africani possono imporre la propria controstoria a fronte di quella coloniale e razzista dei bianchi sudafricani.

Il saggio Shame and Identity ci dice, dunque, che la vergogna è ciò che ci definisce; essa è infatti parte di una nostra identità storica, politica e sociale che è frutto di oppressione e cancellazione, e una volta assunta la consapevolezza di ciò riusciamo allora a imporre il nostro posto nella società e a offrire una versione della Storia che rende complessa la società in cui ci inseriamo. Questo concetto di identità ruota anche attorno a La società come verdetto, uno degli ultimi saggi del sociologo e filosofo francese Didier Eribon uscito in Francia nel 2013 e proposto per la prima volta in Italia nel 2025 da L’orma editore. Inizialmente pensato come un lavoro sulle opere di Annie Ernaux e Pierre Bourdieu – autori che fanno da stelle polari per il sociologo di Reims –, sette anni dopo Ritorno a Reims (2009, prima edizione italiana 2017) Didier Eribon ha sentito la necessità di ritornare a confrontarsi con quelle strutture sociali e mentali che ha ereditato in quanto figlio della classe operaia per affrontare ancora una volta gli effetti di questo background sociale e culturale nella sua vita:

Ho creduto davvero che sarebbe andata così? Era concepibile? Avrei scoperto poco dopo che un “ritorno” non è mai terminato e, forse, mai terminabile: sia nel percorso effettivo sia nella riflessione che lo accompagna e che, fino a un certo punto, lo rende possibile rendendolo intellegibile. Non c’è ritorno senza riflessività; le due cose si coniugano e si confondono.

Il filosofo ritorna, allora, sul suo passato e soprattutto sulla scrittura del suo più grande successo e sulle opere degli autori che lo hanno reso quello che è oggi per confrontarsi ancora una volta con la storia della sua famiglia, una storia di vergogna accettata a fatica in questo suo nuovo cammino di «introspezione sociologica» che diventa, nelle parole di Bourdieu, «un’odissea della riappropriazione» di ciò che gli è stato negato in quanto uomo, figlio della classe operaia e omosessuale. 

Leggere l’espressione «odissea della riappropriazione» riporta alla mente quanto scrive Alberto Prunetti nel suo saggio Non è un pranzo di gala (minimum fax, 2022) proprio a proposito dei casi di Didier Eribon, Annie Ernaux e Édouard Louis:

Il rischio però è che queste storie di classe operaia passino attraverso un processo di normalizzazione che le renda accettabili agli occhi dei lettori della classe media, togliendo loro ogni elemento sovversivo. La storia di un ragazzo che soffre perché vede la propria omosessualità stigmatizzata in ambiente operaio e accettata nel passaggio verso la classe media, come accade nei memoir di Eribon [Ritorno a Reims, ndr.] e in quello di Édouard Louis [Farla finita con Eddie Belleguele, ndr.], rischia di confortare il lettore middleclass sulla propria superiorità morale, demonizzando la classe operaia e presentando la borghesia come un luogo di emancipazione.

Sempre Prunetti parla di riprendere e tornare «alle nostre dannate città operaie», di «smettere di pensare che la borghesia possa essere un luogo di emancipazione» e di pensare a una classe operaia «intersezionale e queer, che lotti contro il patriarcato e l’eteronormatività» attraverso «l’immaginario, l’attivismo e la forza delle nostre storie». La chiave per interpretare il saggio di Eribon sta in queste parole di Prunetti: bisogna tornare ancora una volta a Reims perché non si è riflettuto abbastanza sul peso che ha nella propria storia personale, ma anche sociale e culturale. In sostanza, l’autore deve ritornare ancora a Reims per evitare di essere normalizzato dal contesto in cui vive, che demonizza le storie working class. Per fare ciò, Eribon deve sconfiggere la “deculturazione” a cui è sottoposto, ovvero il rifiuto indotto della cultura del suo mondo d’appartenenza, e l’unico modo che gli resta è accettare una volta per tutte la sua storia famigliare, accettarne la vergogna che suscita e accettare quei fantasmi passati, presenti e futuri che lo perseguitavano anche in Ritorno a Reims.

È proprio con un’immagine di fantasmi che iniziano le riflessioni di Eribon in La società come verdetto, in particolare a proposito dell’immagine di copertina di Ritorno a Reims:

La fotografia appare come il marchio e allo stesso tempo la traccia, ma anche l’operatore e l’instauratore, di una certa idea della famiglia che portiamo in noi: ciò a cui i legami famigliari – indipendentemente dalla loro natura – tendono a riportarci, volenti o nolenti. È un vincolo sociale che pesa sull’elaborazione degli affetti, con gli sconvolgimenti e i rimorsi che inevitabilmente accompagnano ogni trasformazione di sé.

Sempre in merito alla questione della fotografia, Eribon parla delle immagini dell’infanzia come qualcosa di cui si è voluto tanto disfare, ma che resta ancora attaccato a lui in quanto carico di «significati personali e sociali». Non è un caso che ha iniziato il suo discorso sulla fotografia, qualcosa che evoca di per sé fantasmi del passato. Secondo Jacques Derrida, infatti, i fantasmi sono emblema di un passato irrisolto che non deve sopraffarci, bensì portarci ad andare avanti con sguardo critico per realizzare come in fondo siano proprio questi fantasmi che ci hanno reso quello che siamo oggi. Una volta realizzato il fatto che la sua storia sia ancora una storia di fantasmi di un passato irrisolto, allora Eribon comincia a guardare di nuovo a ritroso nella Storia e, come Zoë Wicomb, inizia a comprendere che la sua identità sia frutto di qualcosa di più grande, collettivo e complesso:

Il presente di ciascuno di noi dipende fortemente da un passato individuale che dipende a sua volta da un passato collettivo e impersonale: quello dell’ordine sociale e delle violenze in esso contenute.

Eribon sostiene che «siamo sempre, in larga misura, parlati e agiti dal mondo sociale perfino quando ci sforziamo di dissolvere con la parola e con gli atti le aderenze della nostra vita». Questo perché, ritornando alle parole di Prunetti, qualsiasi cosa facciamo ci rende sempre e comunque sottomessi alla classe dominante: proviamo vergogna per le nostre origini perché la classe dominante ci ritiene degli outsider per cancellarci, e proviamo a cancellare le nostre origini se non a nobilitarle in qualche modo sempre per gli stessi motivi, per essere cioè accettati da un contesto sociale che altrimenti ci preclude ogni possibilità di autodeterminazione. La sfida di Eribon sta non nel cercare di nobilitare le proprie origini, ma nel comprenderle e comprendersi, e dunque accettare se stesso per quello che è ed è sempre stato. L’autore ha rischiato di cancellare la sua memoria di membro della working class con gli strumenti della classe dominante, ovvero l’istruzione e successivamente la carriera accademica e di scrittore, lasciando intendere che la classe operaia fosse un’onta da cancellare nella propria autodeterminazione, ma per essere ancora Eribon ha bisogno di quella memoria perché è parte fondamentale della sua identità, così come tutta la working class ha bisogno di memoria per esistere e non farsi dominare. 

La memoria che Eribon deve creare è quella di un uomo perennemente in lotta con le strutture dominanti per affermarsi, è colui che impugna il verdetto della società per «creare significati che non siano solo reazionari e negativi, ma fermamente positivi e inventivi», l’unico modo per garantire una maggiore giustizia sociale e «resistere, quanto possibile, alle diverse forme della violenza oppressiva» per «attuare una politica democratica». La classe operaia e la sua memoria non devono sparire, non devono assimilarsi alla classe dominante, ma devono provare a conviverci anche a costo di usare la violenza, e l’unico modo per farlo è appropriarsi degli strumenti della classe dominante.

Con La società come verdetto, Didier Eribon ha deciso – contrariamente a Édouard Louis, di cui si può considerare punto di riferimento – di non di farla finita con Reims, ma di riprendersela e di trasformarla in un luogo di emancipazione sociale e culturale. Ritornare e riappropriarsi di Reims significa per il sociologo che la sua storia personale è principalmente una storia di vergogna, ma anche di lotta, frutto di divergenze con la cultura dominante che ci vuole cancellare e opprimere, ma che fallirà nel suo intento finché continueremo a coltivare la memoria della nostra storia sociale e culturale e a raccontarla attraverso gli stessi strumenti di quel potere che ci vuole sottomettere con la violenza e ci chiede di rinunciare al proprio passato e alla propria memoria per essere riconosciuti e accettati agli occhi degli altri.

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