In questo testo si vorrebbero enucleare alcuni temi riguardanti il rapporto tra lo sport e la ricerca filosofica. È necessario innanzitutto introdurre da un punto di vista paradigmatico una categoria definibile come acrobatica, la quale, applicata alla storia della filosofia, fonda un modo inedito di interpretare la storia del pensiero. La storia atletica della filosofia descrive lo sforzo fisico espresso dai singoli filosofi, i quali sono accomunati da un unico afflato, espressione di un flusso di energia che attraverso la teoresi imprime la sua traccia alla realtà intesa nella sua interezza.Da un punto di vista storiografico si può affermare che fin dai tempi dell’antica Grecia l’educazione dei giovani era fortemente legata all’esercizio fisico. I nuovi cittadini della polis, infatti, dovevano esercitare il loro corpo per far parte successivamente della vita pubblica. L’Accademia in questo senso rappresentava un luogo all’interno del quale l’allenamento era inteso essenzialmente come pratica di resistenza al dolore. Il riferimento obbligato è al pancrazio, praticato da Platone, disciplina che necessitava del movimento dell’intero corpo, il quale diventava il fulcro di una nuova modalità di percezione del reale.
Il mito della biga alata all’interno del Fedro esprime il problema di fondo che la filosofia nel suo sviluppo storico si trova ad affrontare, ovvero l’idea di una lotta, di un’attività che non trova però un termine di riferimento oggettivo al quale contrapporsi. La prassi filosofica presuppone la possibilità di assestare una serie di colpi di martello, è un movimento accompagnato da una condizione di costitutiva ebbrezza, ma la sua azione si basa su un fondamento metaforico, che non trova nel tempo storico un’applicazione concreta. Il filosofo è considerabile alla stregua di un personaggio fiabesco che vive di riferimenti che non esistono nel mondo reale. In questo senso il cavallo bianco rappresenta gli ideali edificanti propri del filosofo, quello nero la realtà che immobilizza qualunque tipo di progettualità mirante a costruire un avvenire che abbia un carattere di novità e sia atto a ripristinare il fondamento autentico dell’esistenza.
Nel volume La palestra di Platone Simone Regazzoni afferma che l’idea di sport associata all’impegno filosofico si instaura all’interno di un orizzonte eminentemente politico. L’Accademia platonica rappresentava uno spazio all’interno del quale l’esercizio indirizzato a formare uomini che potessero prendere parte alle istanze civili dell’Atene classica era fondato sul retto uso del pensiero unito alla necessità di avere cura di sé stessi e del proprio corpo. Lo sport nell’antica Grecia rappresentava anche la ricerca della mesòtes, del giusto mezzo. Aristotele nella Politica raccomandava agli educatori di evitare di far compiere sforzi eccessivi agli allievi giovani, che avrebbero sofferto le conseguenze dell’eccesso di allenamento una volta divenuti adulti. Il giusto mezzo è una pratica di vita che si innesta nell’uso politico del proprio stesso corpo, inteso come centro propulsore di un’attività avente come fine la prassi concreta all’interno della polis.
Può essere pertinente anche un riferimento a uno sport come il rugby, se si considera la meta come metafora della statuizione di una finalità ultimativa. La necessità di individuare un senso che giustifichi l’esistenza rappresenta il compito posto alla riflessione filosofica, che presuppone appunto il problema della modalità autentica attraverso la quale fondare un nuovo modo di abitare il mondo. Lo sport nelle sue mille sfaccettature è una metafora della complessità dell’esistenza e dei molteplici modi di interpretarne il significato.
Dedicando ora attenzione a quello che è considerato tra i giochi più belli del mondo, risulta sensato affermare che la filosofia del calcio rappresenti una disciplina di studio straordinariamente significativa. La poeticità implicita nella contrapposizione sul campo di squadre che rappresentano spesso nazioni nemiche politicamente apre alla speranza di un mondo senza guerre, con la rinuncia da parte degli Stati ai normali interessi economici e politici che stanno a capo di conflitti e rivalità. Il fatto che un oggetto sferico, un pallone, sia il fulcro di uno sport che si svolge su un campo suggerisce il riferimento ad una età aurorale del mondo, in cui la realtà stessa diventerebbe un piano redento sul quale un’umanità liberata giocherebbe ritornando eternamente. Il calcio in questo senso è una metafora del Sacro, inteso come ripristino della categoria del messianico.
Diego Armando Maradona è considerato il calciatore più forte, insieme a Pelè, della storia del calcio, ma ciò che lo differenzia da quest’ultimo è la sua peculiare iconicità, che ne fa un personaggio unico. Dopo la sua morte sono stati organizzati vari seminari tesi a individuare una filosofia legata alla figura del fuoriclasse argentino. Maradona è indagabile filosoficamente poiché rappresenta un sogno donato a popoli, come quello napoletano e argentino, che storicamente sono alla ricerca di un riscatto sociale rispetto a una condizione di subordinazione nei confronti del potere. Tutte le volte in cui Maradona ha provato ad atteggiarsi a simbolo positivo interno al potere politico ha dato un’immagine distorta di sé, sapendo egli comunicare solo e soltanto con il pallone tra i piedi. El Pibe de Oro è inquadrabile per mezzo della metafora dell’angelo della storia, la figura messianica che si fa carico delle ingiustizie subite dai popoli per ricompensarli delle vessazioni a cui sono stati sottoposti all’interno del corso storico il quale, nella visione di Walter Benjamin, dovrebbe essere, come è noto, analizzato dalla parte dei vinti.
Volgendo lo sguardo più ad Est è possibile affermare che la pratica del Judo rappresenta la possibilità di un avvicinamento all’attimo, inteso come possibilità di percorrenza del Sentiero del Giorno. Il praticante di quest’arte marziale vede rinnovarsi il rapporto col suo corpo, il quale mostra i segni di connessioni che si sono già verificate in passato o che stanno per accadere in futuro, addivenendo allo scioglimento del legame di servitù rispetto alla tirannia della misurazione tradizionale del tempo. Forze ancestrali si dipanano davanti allo sguardo abissale del divenire, significati inattesi si rivelano in maniera apparentemente contraddittoria nei confronti dell’abituale reificazione a cui il soggetto si ritrova sottoposto. In questo senso non è il singolo individuo che pratica il Judo, ma è lo spirito di questa disciplina a travolgere l’adepto, il quale viene per così dire eletto in quanto rappresentante di una dimensione superiore da parte della comunità a cui appartiene.
Lo Zen e il tiro con l’arco di Eugen Herrigel esprime in questo senso la metafora del rispecchiamento. L’arciere nell’atto stesso di scoccare la freccia individua sé stesso, rivendicando la sacralità della sua presenza rispetto all’oblio proprio del mondo dominato dalla tecnica. L’io penso del soggetto individuale pone la questione riguardante la sua legittimità, disorientato dal silenzio dell’Origine imposto dal trionfo della voce impersonale propria dei mezzi di comunicazione.
Proprio quando il negativo raggiunge il suo culmine, l’essere umano che ha sofferto, che è rimasto in solitudine, al quale la profondità abissale dei “fondi e doppifondi” ha imposto di indossare una maschera, può uscire dall’ombra della caverna e andare incontro agli altri, esprimendo la ricchezza delle infinite possibilità che sono fiorite in lui. In conclusione, si può affermare che lo sport non è altro che un dono che Dio ha fatto all’essere umano, e nello stesso tempo la modalità autentica attraverso la quale mettere in questione in maniera ultimativa il mistero dell’origine dell’esistenza.
Articolo di Edoardo De Santis
