Cosa significa essere visti? Cosa significa fuggire? È possibile, oggi? Ogni teoria critica parte da una mappatura del presente stato di cose, che si tratta di cambiare. Da molto tempo la mappatura stessa partecipa del processo di cambiamento, si vuole immanente, o quantomeno ne ha l’aspirazione. Se il potere mappa, ci vogliono contro-mappe di per sé irrompenti. Anti-Oculus. Una filosofia della fuga (Nero, 2025) del collettivo Acid Horizon, con la prefazione del Gruppo Ippolita, si presenta come uno strano oggetto, una piccola performance, un trattato-gesto, che non a caso si collega a una tradizione di autori diventati classici (loro malgrado?), che hanno tentato, nel furore concettuale che li contraddistingue, di essere all’altezza della propria epoca, cioè inattuali. Sui risultati, le pieghe, gli usi, gli esiti di nomi come Deleuze, Guattari e Foucault, forse numi tutelari di Anti-Oculus, il dibattito rimane ambiguo e inesauribile. Ma l’operazione del collettivo Acid Horizon non va nella direzione di un commento alla storia della filosofia contemporanea (odiata da Deleuze), dell’esegesi o dell’applicazione dei concetti di maestri; sembra piuttosto che, nello stato di cose di presenti, si possa mimare, o addirittura ripetere, il gesto di Deleuze e Guattari, in questo secolo su cui Foucault stendeva un velo di previsione: sarà deleuziano! Chissà se, col senno di poi, fu un buon auspicio o una sciagura. Sui tempi lunghi poco conta; se per i due autori la filosofia è creazione di concetti, i concetti sono aperti a usi infiniti; i pensieri non appartengono veramente al pensatore. Per questo, Anti-Oculus è un libro intenso; giocare sulle intensità per un effetto-creazione.
Così, l’apertura inverte i termini del finto, dell’immaginario letterario, portando il cyberpunk come ciò che è già presente. Per il collettivo, il presente è cyberpunk, riassunto nella formula «High tech, low life.» High Tech, come ubriacatura tecnottimista, accelerazione, eccitazione, connessione in un’universo senza corpo né carne; Low life, perché la vita rimane incarnata, e viverla non è diventato più facile o più bello. Per alcuni soggetti, nelle pieghe delle “nostre” società come ai margini del villaggio globale, si è fatta di miseria nera e morte; per molti altri, pur al centro, si è precarizzata, per scivolare in quell’indifferenza individualista che, al suo estremo, avrà il suo dramma post-borghese.

Così se il presente è cyberpunk, il capitale è cyber, (Cybercapitale), e l’Antropocene diventa Cybercene. Il dominio è automatizzato (passaggio dalla disciplina al controllo al controllo hitech), gli spazi liberi della rete celano le infrastrutture di sovranità che fanno da perimetro, là dove il capitalismo va a espandersi. Qui emerge ciò che il collettivo chiama Oculus, nuovo apparato di cattura di deleuziana memoria: Oculus è l’occhio tecno-sovrano, che incanala, pilota, amministra la Vita. La governamentalità e la biopolitica foucaultiane sono rilette attraverso il prisma della cibernetica, cioè di quella scienza tutta novecentesca dei “sistemi di feedback”, ovvero sistemi chiusi che funzionano attraverso i feedback positivi e negativi (reiterandole o smorzandole) delle azioni svolte, che in questo modo orientano le azioni future del sistema stesso. Cibernetica applicata al calore, cibernetica termostatica; per esemplificare per mezzo di un oggetto metaforico: il bollitore. Se il bollitore “sacrifica”, e cioè spreca, acqua sotto forma di vapore per evitare l’esplosione, la governamentalità odierna recupera il “vapore” nel circuito, sotto forma di consumo. Ma allo stesso tempo, non può evitare quel sacrificio, poiché il recupero non è mai perfetto, rilanciando marginalizzazioni, necropolitica, “sacrifici” sociali, com’è sempre stato. L’aumento della temperatura, dato dalle crisi, non evita che un’ultima goccia, un caso definitivo, come George Floyd, faccia esplodere la destituzione. È così che l’arte del kettling, del contenimento, del “raffreddamento” delle proteste, qui elevato quasi a paradigma di governo, può essere contrastata da comunità che “surriscaldino”, nella forma del ritiro dalla circolazione perpetua, affinché ciò che appare “rumore” diventi segnale di rivolta.
Dopo il bollitore, un nuovo oggetto è proposto: se Oculus è l’occhio tecnico-normalizzante, l’ocularità la pratica della definizione, regolazione, iscrizione, “incarnazione” delle identità, si propone un manuale di pratica dell’ocularità, una consulenza dell’IRIS (Institute for the Recognition of Insurgent Subjectivities), a disposizione di apparati di governo. Rovesciamento ironico: forse détournement o procedimento illuministico, forse gioco retorico o un “mimare gli strati” di Deleuze e Guattari? Hegel non è assente, ma è anzi il primo ad aver compreso il collasso del Terrore di Roberspierre come lo scacco di un’ocularità troppo vaga. Per gli autori, la cospirazione è l’altra faccia dell’ocularità, e un’ocularità ben congegnata è quella che anticipa e forma, che “stria”, cioè delimita campi di riconoscibilità, evitando la fuga nella cospirazione. Lo stesso vale per l’ocularità di “genere” e razziale e disabile, nell’iscrizione attraverso i corpi. Ma la posta in gioco dell’operazione, come notato da altri autori per mezzo di altri approcci, è la sicurezza. Una domanda sorge spontanea: sicurezza di chi? Una sicurezza sempre più perfezionata da nuovi dispositivi che si muovono in vista dell’anticipazione e della prevenzione. Si potrebbe notare come, anche a sinistra, questo ideale sia diffuso. In questo senso, interessanti sono le osservazioni sul post-welfare sviluppate nel libro, in cui se all’oculairà dei sistemi di welfare corrispondeva la speranza come forza mobilitante, in quelli post-welfare a prevalere è invece la paura. Così la citazione dei lavori di Ronald Laing sull’insicurezza ontologica degli schizofrenici appare più chiara.
Nel terzo capitolo di Anti-Oculus, è Foucault a entrare in scena. La devianza e l’erranza, la ripresa quasi toccante nell’ultimo lavoro di Foucault del 1984 del suo maestro di gioventù Canguilhem, rinsalda l’esplicita derivazione di questo lavoro del collettivo. Ma unito all’Oculus, il binomio anormalità-anarchia è ancora all’interno della società punitiva, che la società del controllo non ha eliminato, ma reso più precisa con l’automazione. Né le tecnoutopie, né la metafisica della trasgressione sanno disattivare questo dispositivo: disattivare più che distruggere (sarà il caos a distruggere?), errare e deviare contro il sorvegliare e punire, una verità nel deviare come quella libertà su cui Foucault aveva lavorato alla fine della sua vita.
Nel quarto capitolo, Deleuze, intrecciato a James Hillmann, torna nella critica dell’immaginazione, per dare dei tools attraverso i quali si possano ri-annodare immaginazione e politica, congiungendo due autori distanti, trovando nella psicoanalisi di Hillman, in ottica anti-freudiana e in parte junghiana, quel connettore che, a livello individuale, può liberare il divenire. Insomma, gli autori, deleuzianamente, formano un concatenamento. In questa breve carrellata, forse si percepisce il senso di quell’intensità di Anti-Oculus sottolineata all’inizio. Ricorre come il potere nel capitalismo della sorveglianza tenda a confondere mappa e territorio: la grande digitalizzazione/duplicazione del mondo, l’estensione della sorveglianza possono indurre quell’illusione che il territorio sia catturabile da una mappa. Il punto è che il lavoro di Acid Horizon può essere letto, o vissuto, come un gesto che, nel cybercapitale, tenta di rispondere con una mappa non-totale che destituisce la pretesa stessa di questa operazione del potere. Una mappa intensiva, più che descrittiva o marxianamente “progettuale”. Così la filosofia è una macchina, più che un’interpretazione, una macchina che va a disattivare le macchine dei vari apparati. Direzione giusta o sbagliata, approccio condivisibile o meno, questo sta al lettore deciderlo; allo stesso tempo le impasse, o le ambiguità concettuali di questi autori “classici” non sono, né forse possono essere risolte. L’importante rimane il gesto.
