Se si può pensare una vita con un qualche interesse, si può farlo solo a partire dal suo ruolo nel mondo che con essa abbiamo condiviso. Nessuno entra nel cuore degli altri fino in fondo, al punto da poter dare la chiave dell’animo di chi muore: antica lezione della filosofia in Occidente, eppure dimenticata, colpevolmente o meno, da chi ci propina in questi giorni la pappa del cuore del “aveva dei figli”. Seppellire qualcuno, come già Shakespeare aveva chiaro, non significa mai farne davvero l’elogio. Non ha senso il peana sul Charlie Kirk padre, sul Kirk amico, sul Kirk morto per un’idea. Si tratta, in tutti i casi, di ragionamenti moralistici, che cercano di condannare all’inferno (o al paradiso, nel caso opposto) il responsabile dell’omicidio. In realtà, agli umani che non lo hanno incontrato fuori dal suo ruolo, tutto questo non solo era ignoto, ma nemmeno era interessante, così come non importa a nessuno – senza voler fare alcun paragone, evidentemente – che Adolf Hitler adorasse la sua compagna e i suoi pastori tedeschi o che fosse morto per le sue idee. Ciò che ci importa di Kirk è il peso delle sue azioni, le modalità con cui esse si sono impresse in quel flusso infinito che è la storia degli umani sulla Terra. Questo (e solo questo) significa dare una valutazione sul piano storico della vita non tanto di Kirk, ma di ciascuno.

Per noi, dunque, Charles Kirk è stato un ideologo. Al modo degli ideologi, è stato un diffusore e un mobilitatore di argomenti, di opinioni e delle contraddizioni della propria parte politica, i cui confini ha contribuito a tracciare. La storia della sua breve vita è indicativa della parabola degli USA e dei Conservatori statunitensi di questi ultimi trent’anni: ideologizzato a destra durante gli anni del primo mandato Obama (quando il partito Repubblicano era ancora quasi completamente in mano ai NeoCon, dopo la sconfitta di McCain) e tra i principali fautori della radicalizzazione post-2012, anno in cui da un lato fonda Turning Point America, davanti alle cui insegne – una freccia a stelle e strisce che indica una svolta a destra – ha perso la vita una settimana fa e, dall’altro lato, riceve i primi grossi finanziamenti dall’establishment conservatore. Da questa svolta del 2012, che è radicale e assoluta (è anche l’anno in cui Donald Trump si avvicina con risolutezza al GOP), si può intendere indirettamente il trauma che la crisi del 2008 prima e, in generale, la figura di Obama poi, hanno rappresentato per i Conservatori, radendone al suolo le certezze e i sogni e imponendo un cambio di passo di cui Kirk è stato un protagonista.
Charlie Kirk, appunto. Prima, nel 2016, dubbioso su Trump e poi completamente aderente a MAGA, fino a diventarne, appunto, un ideologo. Evangelico fervente, come una parte sempre più rilevante della classe dirigente repubblicana dalla metà degli anni ’10 in avanti. Non è certo un caso che Leone XIV, il primo papa statunitense, mentre ha condannato la violenza feroce che ha colpito il suo connazionale ha tenuto a precisare, attraverso il suo segretario di Stato, di «non condividere le idee di Kirk». Per un pontefice così parco di dichiarazioni dotate di un qualsiasi peso politico, non è un segnale da sottovalutare. Prevost è stato eletto, in buona parte, per bloccare l’ascesa di evangelici come il giovane uomo recentemente assassinato. La Chiesa, si sa, non parla mai al vento, ed è difficile immaginare qualcosa di più lontano dal luminoso e posato cattolicesimo romano dell’esaltato e cupo protestantesimo evangelico che sostiene a spada tratta la presidenza Trump, rappresentandone forse il vero nucleo ideologico (di un’ideologia che è sempre materiale, fatta di organizzazione attiva di una infinita rete di associazioni, gruppi di influenza, lobby). E infatti Kirk è stato organizzatore attivo del fermento conservatore che, come tutti i movimenti culturali di una qualche rilevanza, non esiste se non attraverso l’organizzazione attiva, al di là di qualsiasi sogno spontaneistico. Nonostante tutta la sua retorica sull’individuo e sulla libertà di quest’ultimo, non c’è stato un giorno, da quando aveva diciassette anni, in cui Kirk non abbia messo sé stesso al servizio di una causa che, senza dubbio, egli concepiva molto più larga di sé stesso.
Come altri, meno giovani di lui, ha contribuito a rendere senso comune in gran parte della società statunitense categorie come “woke”, “cancel culture”, “deportazione dei migranti”. È stato il principale artefice di una trasformazione sottile ma decisiva del dibattito pubblico: la sinistra “liberal” cittadina, da parte intellettuale contrapposta a un popolo rurale dotato di buonsenso, è diventata una massa di boriosi deliranti, incapaci di ragionare e inclini a inventarsi le “assurdità” antievidenti del “woke”. Era solito recarsi nei college che definiva “liberal” e mostrare quanto “assurde” fossero le tesi dei suoi avversari — che erano spesso caricature, bersagli utili per ribadire l’idea di una sinistra nemica dell’America. Che l’evidenza del senso comune sia la materia di cui si nutre ogni ideologia è una verità antica e che Charlie Kirk, come accade spesso ai conservatori più scaltri, aveva colto intuitivamente, senza darle ovviamente alcuna forma concettuale – lo abbiamo detto, era un ideologo, non un teorico. Poco importava ai suoi occhi che, in passato, il senso comune avesse ad esempio giustificato la schiavitù: ciò che contava era cogliere i mutamenti di umore della società e trasformarli in consenso. Il giorno prima di morire era pubblicamente intervenuto sulla tragica morte di una ragazza ucraina, assassinata in metropolitana da un uomo con gravi problemi psichici: anche qui, non interessava a Kirk che negli USA non esistano strutture per la gestione sistematica della malattia mentale a causa della struttura privatistica del servizio sanitario (evidentemente appoggiata in pieno dallo stesso Kirk), ma semplicemente evidenziare come un uomo con la pelle nera e i dreadlock avesse ucciso una giovane donna bionda con gli occhi azzurri. Indicava l’armadio, Charlie Kirk: il buon senso del redneck americano avrebbe fatto il resto.

Kirk si presentava, si capisce così il perché, come campione del senso comune. Per lui ciò che era ovvio, ciò che le persone davano per scontato, era la solida roccia su cui poggiano gli Stati Uniti. Confutare un argomento significava, a dispetto di ogni logica, semplicemente mostrarne la contrarietà all’opinione corrente, come se la verità fosse già da sempre nel cuore di ciascuno. Celebre la sua posa con le braccia allargate, accompagnata dal sorriso che i suoi avversari deridevano sugli stessi social che lo avevano reso celebre, fino a farne un alleato chiave di Trump nel 2024. Kirk ha così riportato in vita discorsi considerati “vecchi”, rinnovandoli e rendendoli attraenti per i più giovani. Le posizioni della destra radicale, profondamente conservatrice sul piano dei cosiddetti diritti civili quanto ambigua su un protezionismo di facciata agito senza remore nella globalizzazione capitalistica, sono passate negli ultimi quindici-vent’anni dall’essere, almeno per quanto riguarda il primo aspetto, esclusiva di una parte “superata”, che al massimo si ergeva a guardiana di valori tradizionali ormai in declino, a essere la novità. Kirk, insieme a tanti altri, ha ribaltato il campo: è la sinistra “woke” che sostiene assurdità ormai superate, mentre i conservatori, guardiani del buon senso, stanno riconquistando la Patria. I suoi piccoli emuli in giro per l’Occidente hanno fatto tesoro di questa lezione, passando dall’essere dei banali retrogradi a essere dei paradossali crociati illuministi. È anche grazie a lui se oggi un giovane può criticare il diritto all’interruzione di gravidanza senza essere ridicolizzato dai suoi coetanei, come accadeva ancora dieci anni fa. È certamente vero che i suoi valori erano tanto fumosi quanto riferentesi a un passato difficile da identificare (non tanto gli anni ’90 trumpiani, ma gli anni ’50 e, vagamente, la fine del XVII secolo): eppure questo rimando al passato, anche grazie a Charlie Kirk, ha iniziato ad avere il sapore del futuro.

Da questo punto di vista, il golden boy dei conservatori statunitensi è stato parte e contemporaneamente fautore di un vasto movimento che ha ormai largamente preso piede in Occidente. A pieno titolo lo si può ritenere un protagonista dei processi storici in cui siamo immersi: non al modo in cui i liberali intendono suddetta espressione – segno di un genio, di un eroe assoluto che plasmerebbe la storia – ma come semplicemente possono esserlo gli umani. Costitutivamente entro un processo che li sovrasta e allo stesso tempo capace di inclinarli, interpretandoli. Negare questo suo protagonismo non significa opporglisi politicamente (cosa che al contrario può essere fatta solo riconoscendoglielo): significa semplicemente ignorare il mondo in cui si vive.
Ma l’influencer americano (che andava lentamente trasformandosi in un creator, come il mondo dei social network impone) era, dicevamo, anche un coacervo di contraddizioni. Kirk è stato ucciso in un momento complicato della sua carriera, perlopiù a causa del comportamento di Israele (ma anche della sua presa di posizione, contro Trump, a favore della pubblicazione degli Epstein Archives). Non certo per il genocidio a Gaza, di cui Charlie Kirk accusava interamente Hamas, ma per la tensione tra un isolazionismo accettato a fatica e la difesa dello Stato di Israele. Da un lato, infatti, Kirk era un difensore strenuo di Israele, ben più ideologico del suo presidente, anche perché la sua militanza nella destra conservatrice americana risale a ben prima (pur con quasi cinquant’anni di meno) di quella di Trump; dall’altro era ormai talmente legato al MAGA da non poter non storcere pubblicamente il naso di fronte al bombardamento dell’Iran. Da un lato campione della libertà sfrenata di parola e di mercato, dall’altra feroce persecutore dei diritti di donne e LGBTQ+ ad autodeterminarsi in qualsiasi modo. Da un lato intriso della logica, da ultimo reaganiana ma connaturata agli USA, come accennavamo, della «più grande nazione della Terra», la “shining city upon a hill”, dall’altro vicino a Trump, che di tutta questa retorica è sempre stato esplicita negazione. Laddove Charlie Kirk continuava a nascondere i crimini degli USA dietro quella retorica che Trump aveva messo da parte, quest’ultimo, sollecitato sui suddetti crimini, alzava le spalle e diceva «abbiamo fatto bene, siamo come gli altri». Alcuni dei più autorevoli studiosi degli Stati Uniti notano in questo scontro il segno più evidente della crisi di quella nazione, che del proprio eccezionalismo hanno fatto non solo argomento ideologico nel confronto con il mondo, ma spinta interna allo sviluppo della propria potenza. Sopportare tali contraddizioni è il destino degli ideologi, che hanno da difendere un campo senza potere intervenire quando chi ne comanda la parte istituzionale, rendendo quel campo capace di produrre effetti, si discosta dalla loro narrazione (e ogni ideologia, come insegnava Althusser, non è che narrazione).
Charlie Kirk era, si può dunque dire, “carne di un molteplice”: i suoi Stati Uniti, il suo partito, la sua generazione. Come tutte le carni, era travagliato. Forse il rappresentante più radicale del giovane maschio bianco americano, di cui si ergeva a paladino e a rappresentazione anche fisica. I “reel” sui social network che vedono Kirk protagonista sono probabilmente tra i principali avversari, sul piano dell’ideologia, dei movimenti progressisti di tutto il mondo: non certo per la forza argomentativa, di cui sono privi – uno studente al primo anno di università noterebbe la quantità di fallacie logiche, di assunti non provati, ma anche di dati falsi, che i suoi discorsi contengono. Bensì per la loro diffusione virale, per la modalità con cui ha reso una parte della società occidentale capace di manifestare suo disprezzoverso ciò che, prima di lui, era il nuovo e anche grazie a lui è diventato il vecchio nemico da abbattere. Kirk non lascia idee nuove, ma un atteggiamento, un modo di stare nel mondo. In questo senso, è stato un esponente esemplare di quella “cultura di destra” che, come ha mostrato Furio Jesi, si riferisce a un’origine mistica (la Patria, l’etnia, l’Occidente, il buon senso) senza poterla mai identificare compiutamente. Allo stesso tempo, tuttavia, ha contribuito a cambiare il terreno su cui questa cultura agiva: non più in difesa di un passato superato, ma riconquista del mondo dopo la sbornia woke. Non rilevano, qui, le possibili conseguenze sul piano storico-politico della sua morte. Noi non sappiamo, infine, se Charlie Kirk si è meritato di riposare in pace, e soprattutto non ci spetta valutarlo. Lasciamo volentieri tale compito a chi non vuole fare analisi, ma dare giudizi. Dobbiamo però rilevare che la sua indiscutibile fatica, che i suoi sostenitori direbbero durata troppo poco, ha avuto degli effetti che permarranno e con cui, ancora, dovremo fare i conti.
Articolo di Paolo Missiroli
