In ricordo di Giovanni Fava

41 minuti

“Giovanni mi chiese aiuto per la tesi magistrale attraverso una mail. Il tono era quello che tutti conoscono: gentile, strutturato, premuroso. “Spero di non essere sembrato inopportuno con questo messaggio”: no, Giovanni, non mi disturbi, non mi hai mai disturbato. Gli diedi del lei per un anno; mi ascoltava parlare di cose che sapeva meglio di me con il suo sorriso baffuto; ho quattro anni più di lui eppure accettava placido il mio giocolìo di parole. Ero perduto, in quei mesi, iniziava il mio vagare post-dottorato: in lui trovai la pazienza, la sapienza, la capacità di farmi sentir utile un poco. Lo battezzai pomposamente il mio primo allievo”; lui accettava ridendo, giocava al mio gioco. Spazientito, dopo la laurea, mi disse, alzando un sopracciglio, esasperato, “possiamo darci del tu, per favore?”. Sì, Giovanni, volevo proportelo io. Dormiva a volte da me, il mio amico; parlavamo per ore delle cose che leggevamo. Ti piace Bataille? Mi piace, vorrei che avesse ragione. Giovanni era più attento di me; io mi lanciavo, commentavo, condannavo, assolvevo. Giovanni seguiva, apparentemente mansueto, e poi mi faceva riflettere: “è vero, ma guarda che manca qualcosa”. Sì, Giovanni, manca qualcosa, lo so. Non ricordo nemmeno tutte le cose che abbiam fatto insieme. Abbiamo parlato, riso, bevuto, organizzato, letto, mangiato e lottato. Giovanni era una straordinaria combinazione di fenomenologia, marxismo althusseriano, niccianesimo e letteratura. Amava Fortini, amava Morselli, amava Steinbeck. Sì Giovanni, noi siamo gli ultimi di un tempo che nel suo male sparirà, vedrai, vedrai. Ricordo poi, un giorno, una sua risposta ai miei infiniti lamenti e paure: noi nicciani non sveniamo! Al massimo sogniamo serpenti”. Sì, Giovanni, noi non sveniamo. Ma facciamo di più che sognare, lo sai. Quando ci capitava di presenziare insieme a qualche iniziativa accademica, lo portavo in giro come un trofeo e scherzavo: “è merito mio, vedi che bravo?”. Non è vero, lui lo sapeva: eppure annuiva, diceva che era vero. Grazie Giovanni, lo sai che mi piace pensare di servire a qualcosa. Mi spiazza, oggi, soprattutto un ricordo: due anni fa io stavo male, ero perso nei miei pensieri. Dovevo scrivere a qualcuno: scelsi Giovanni. Cominciammo a parlare dei nostri dolori per litteras; ed era Giovanni a consolar me, anche se c’era già allora il suo, di travaglio. “Paolo, sei sicuro che le domande son giuste?”. No, Giovanni, hai ragione; me ne farò delle altre. Non so davvero quando si è perso il mio amico; lo ho visto da poco, era lui, era saggio e rideva. Non ho avuto il coraggio di chiedergli “come stai?”; ho messo la polvere sotto al tappeto, ho visto che faceva progetti e ho taciuto. Lui me lo ha chiesto per primo, subito, abbracciandomi: come stai, Paolo?” Sto bene Giovanni, sto bene davvero. Mi manca imparare da te. Quando ho saputo, ho aperto il Vangelo. Non crediamo, io e Giovanni, noi siamo nicciani: ma siamo anche seri, sappiamo che è bello, sappiamo che serve. Vi ho trovato una parabola, quella del fico sterile: “Un tale aveva un fico piantato nella vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: Ecco, son tre anni che vengo a cercar frutti su questo fico, ma non ne trovo. Taglialo. Perché deve sfruttare il terreno? Ma questi rispose: Padrone, lascialo ancora quest’anno finché io gli zappi attorno e gli metta il concime e vedremo se porterà frutto per l’avvenire; se no, lo taglierai.” (Lc, 13,6-9) Tu sei il padrone o sei il fico, caro Giovanni? Forse un po’ entrambi: sei un fico che guarda sé stesso e si crede infruttuoso. Io sono un contadino, Giovanni, lo sai: lascia ancora che questo albero, che tutte le cose che hai fatto e pensato, stiano con noi; lasciaci ancora zapparci attorno. Ché poi, Giovanni, tu sai anche che son duro di testa: non mi impedirai mica di zappare; lascialo anco quest’anno. Io so che darà frutto, vedrai amico mio”. Paolo Missiroli

“Quando accadono eventi di questo tipo non si sa mai bene cosa dire. Mi vergogno a pensare di poter dire qualcosa di rilevante, a pensare di poter interpretare la vita di un’altra persona. Dirò solo ciò Giovanni è stato per me, e cioè un modello. Nel suo modo di intendere la filosofia, di affrontarla, c’era un’intelligenza commovente, un senso di meraviglia che si confaceva al suo carattere gentile. Una scrittura pulita e precisa, un pensiero ordinato e una straordinaria percezione dellaltro. Era una delle rare persone che ti guardavano veramente quando parlavi, quelle che ti fanno sentire ascoltato, capito”. Mattia Brambilla

“Molte persone sanno scrivere ma solo poche sanno perché occorre farlo. Ricordare Giovanni significa innanzitutto ricordare una persona che sapeva precisamente perchè scrivere e perchè gli altri dovessero fare altrettanto. Se questo ricordo, congiuntamente a molti altri, è possibile ciò si deve al fatto che Giovanni credeva intensamente nella necessità di uno spazio in cui porre nero su bianco ciò che si pensa. La sua preziosa direzione del progetto editoriale di filosofia dentro Frammenti, prima, e Palomar in seguito era precisamente il frutto di questa sua convinzione. In contrapposizione alle tendenze della scrittura accademica e giornalistica, Giovanni riteneva che non bisognasse sempre e necessariamente avanzare teorie inedite o stritolare quelle esistenti nel pugno della critica. Spesso, è più importante che i concetti siano semplicemente raccontati. È da questa intuizione semplice che i progetti editoriali guidati da Giovanni sono germogliati. La sua dipartita, avvenuta troppo presto e troppo all’improvviso, ci rende enormente complicato fare con lui quell’operazione che lui svolgeva con i filosofi a lui cari: raccontarli. Non siamo, purtroppo, nella posizione di poter raccontare ciò che Giovanni pensava e voleva dire. Ciò che rimane certo, tuttavia, è il nostro impegno a proseguire la sua iniziativa preservandone lo spirito; con la speranza che questa maniera di ricordarlo possa supplire alla sua mancanza”. Giovanni Soda

“Quando muore un coetaneo che si conosce, può morire qualcosa di sé. Non ho realizzato, sempre che una morte si possa realizzare, da qualche parte. Non conoscevo molto Giovanni, ma abbastanza per amare le qualità da molti apprezzate. Per quel che mi riguarda, una passione rigorosa per il sapere e il pensare, in questi tempi dementi, una gentilezza estrema e una disponibilità mai di facciata, in questi tempi ipocriti e aggressivi, sono quelle rarità che, ignorate dal caos del mondo, ne fanno veri beni preziosi, impalpabili come la poesia, e impossibili, per fortuna, da prezzare sul mercato. Forse sono di troppo per lo spirito del tempo. So solo che perderle è un danno per quel poco di bellezza che si può strappare da questa vita. Giovanni era una bella anima, più che un’anima bella. La loro dipartita rende tutto un poco più opaco, almeno per chi ne riconosceva la luce”. Mattia Giordano

“Ricordo quando incontrai Giovanni di persona. Era il 2016 e il progetto di scrivere articoli di filosofia in modo indipendente ed extra accademico era vivissimo e autentico in noi. Così, presi il treno Roma-Milano per conoscere i miei colleghi di persona. Tra loro c’era Giovanni. Parlammo un po’ dei nostri studi e dei rispettivi interessi filosofici. Compresi subito di aver conosciuto una persona speciale. Mi colpirono i suoi modi gentili e quieti, la sua lucidità e una sensibilità che mi fece percepire una profondità abissale dentro di lui. Abbiamo perso una persona di raro talento e soprattutto un uomo di incredibili qualità umane e morali. Oltre all’indubbia intelligenza filosofica, da vero fuori classe, era anche un raffinato appassionato di letteratura. Gli chiedevo consigli e confronti di lettura, sull’imponente e difficilissimo Arcobaleno della Gravità, per esempio. L’ultima nostra conversazione fu su Vitaliano Trevisan. Quando uscì Black Tulips. È parlando proprio dell’operazione letteraria di Trevisan — uno degli scrittori che Giovanni apprezzava di più — che ho pensato di ricordarlo. Parlando, non scrivendo: una scelta che non è casuale, perché è esattamente ciò che Trevisan tenta di fare in Black Tulips, ripensare la scrittura come oralità, come linguaggio parlato. Seguendo l’antica lezione platonica del Fedro, la scrittura non è per lui disciplina che imbriglia il pensiero, ma flusso che lo insegue mentre accade: quasi un dettato in tempo reale della coscienza. Seguendo le tracce del vissuto e del vivere, del flusso apparentemente caotico della coscienza, Trevisan arriva così a un livello ulteriore: quello dello scrivere come vivere. Non lo scrivere una vita, e nemmeno il vivere scrivendo — bensì l’identità stessa tra il suo vivere e il suo scrivere, e viceversa. Coerentemente con questa premessa, il libro è lasciato senza finale. È incompiuto, ma non incompleto — una distinzione che la critica ha accostato all’effetto prodotto dall’interruzione di Kafka nel suo America. Trevisan interrompe la scrittura, suggellando con un gesto, e non con una frase, l’atto di fede insito nello scrivere e dunque nel vivere. La vita, del resto, è piena di sentieri interrotti, di svolte, di deviazioni e di ritorni — proprio come i sentieri di montagna di cui parlava Heidegger, e che Giovanni conosceva e frequentava con passione. Il tulipano nero, non a caso, non esiste in natura: è il risultato di un’operazione che eccede i propri limiti, e la cui fioritura, il cui culmine, coincide con il proprio spegnimento. È il fiore che nega se stesso, che arresta lo sviluppo dialettico della celebre similitudine hegeliana del fiore e del frutto nella Fenomenologia dello Spirito. «Scrivere è un atto povero di speranza, o forse, proprio per questo, un atto di fede»: così si apre Black Tulips, e la frase rovescia un assunto della catechesi cristiana, per cui la speranza sarebbe il segno più autentico della fede. Per Trevisan, al contrario, l’atto di fede è un atto senza speranza — un atto disperato, come quello di scrivere. Ne discende un sillogismo tanto semplice quanto terribile: se scrivere è vivere, e scrivere è un atto di fede proprio perché privo di speranza, allora anche vivere è, per tutti noi, un atto di fede continuo, e dunque un atto senza speranza. Attuiamo l’esistenza come un atto di fede pura, assoluta — fede e nient’altro, senza alcun sostegno, nemmeno quello della speranza, che pure dovrebbe esserne la ragione stessa. Questa fede diventa così il modo precipuo del vivere e dello scrivere: esserci «di scoglio in scoglio gettati», come scriveva Rilke in un verso che Heidegger avrebbe poi fatto proprio in Essere e Tempo. Non resta che agire la vita e la scrittura camminando a vista, nel chiaroscuro della selva”. Lorenzo Pampanini

“Non ho mai incontrato Giovanni di persona, ma ho avuto modo di conoscerlo attraverso chat e videochiamate. Il nostro primo contatto risale a circa un anno e mezzo fa, quando gli scrissi per chiedere di entrare a far parte della redazione di Palomar. Fin da quella prima mail rimasi colpito dalla sua gentilezza, dalle sue belle parole e dall’incoraggiamento con cui mi invitò a prendere parte al progetto. Nel periodo, seppur breve, in cui ho avuto modo di confrontarmi con lui, quella prima impressione non ha fatto che trovare conferma. Giovanni mi è apparso fin da subito come una persona speciale, capace di trasmettere attenzione ed entusiasmo anche a chi, come me, aveva appena iniziato a conoscerlo. Per questo la notizia della sua scomparsa mi ha colpito e rattristato profondamente. Non ho un lungo ricordo personale da consegnare, ma conservo il ricordo di quellaccoglienza e di quella gentilezza. Oggi rimangono i suoi scritti, attraverso i quali Giovanni continuerà a parlare a chi lo ha conosciuto e a chi ancora lo incontrerà attraverso le sue parole”. Domenico Marra

“Caro Giovanni, mi è impossibile non commuovermi al ricordo della tua gentilezza: delicata, accogliente, misurata, così demodé. Spiccavi, sai? Non sono sicura di essere credente, ma spero che queste parole possano raggiungerti, ovunque tu sia, sotto forma di una folata leggera di vento che profuma di mare. Sapevi dare e darti agli altri con naturalezza e verità. Palomar era la tua creatura. Credevi in lei e credevi in noi, anime «belle, pure, sensibili», come dicevi tu. Mi rammarico di non averti dato tutto ciò che avrei potuto. Ancor di più, di non aver avuto l’occasione di conoscerti di persona. Ora che non c’è più tempo, desidero contraccambiare. Ma non restano che le parole. Nient’altro che parole, e mi sembrano tutte così vuote, orridamente banali, identiche a mille altre. I tuoi pensieri, il tuo volto, la tua voce, le tue parole restano qui. Ora, sempre. Palomar sei tu. Credevi che la filosofia dovesse essere comprensibile a tutti. Io ci credo. Noi ci crediamo ancora. Vola, vola forte. Vola alto, libero da ogni spirito di gravità, leggero come solo tu sai. Grazie. Abbi cura ridere, ridere forte, ridere sempre. Ciao, Gio. Ti abbraccio con l’anima. Ad Aspera”. Alexia Buondioli

“Novembre 2022. Metto giù il telefono dopo una chiamata con il mio relatore di tesi magistrale. “Lei non si laurea alla prossima sessione, non vedo come potrebbe arrivarci con un progetto solido in mano.” Fisso il muro quasi con le lacrime agli occhi. Preso dallo sconforto, comincio a pensare a come rimediare, mi viene in mente una sola persona, Giovanni. Gli scrivo accennandogli la cosa, mi dice di chiamarlo. Stiamo al telefono venti minuti, non di più. Aveva il tono calmo, gentile, curioso, il suo di sempre. Quello inconfondibile di chi fa ciò che ama. Parliamo di testi, di ecologia e marxismo, che ci univano e ci appassionavano. Me ne consiglia abbastanza da riempire una bibliografia, accenna gli approcci, le scuole, i filoni di pensiero. Ascolto il tempo speso tra le pieghe di quelle pagine. Ascolto in silenzio con un grazie sulle labbra che anche se non poteva vedere, era lì. Mi dice che il tempo c’è, che posso fare un gran lavoro, che ho le capacità per farlo e che devo solo crederci, in questa fase un po’ di più. Spengo, mi fumo una sigaretta e penso a quanto appena accaduto. Da quei minuti insieme non mi porto del materiale da cui ripartire, ma un tempo di ascolto, di cura, di attenzione. Mi porto le cose più belle che una persona possa darti, una mano tesa per aiutarti a rimetterti in pista e la fiducia di credere che ce la farai, che puoi riuscirci per davvero. Mi ha accompagnato tutte le volte che sono stato a scrivere fino alle tre di notte quella fiducia. Lascia un vuoto enorme l’assenza di una persona del genere, la gentilezza e lintelligenza sanno fare un rumore assordante. Un lunghissimo abbraccio”. Lorenzo De Benedictis

“Il ricordo che conserverò di Giovanni sarà la certezza che nessuna parola scritta resta inascoltata e che nessun pensiero è meno meritevole di essere tradotto in parola. Giovanni ha creduto nei pensieri e nelle parole di tutte e tutti noi che abbiamo scritto insieme a lui e grazie a lui abbiamo trovato lo spazio, materiale, simbolico ed emozionale, di farlo. Ci lascia una persona con una capacità non comune di vedere la meraviglia nella quotidianità e di dare importanza non solo ai grandi, e alle cose grandi, ma soprattutto a quelle piccole impressioni. Grazie a lui, sappiamo che meriteranno sempre di essere raccontate, di essere pensate, di essere condivise. Grazie Giovanni per aver creduto in questo progetto e soprattutto per avercelo donato. Spero che sapremo maneggiarlo con cura, come hai fatto tu”. Mariagiulia Gargiullo

“Era il 2020, eravamo in pieno lockdown, quando scrissi il mio primo articolo sulla noia heideggeriana. Un po’ per gioco, un po’ per noia, appunto, decisi di inviarlo a diverse riviste, tra cui Frammenti. Fu così che conobbi Giovanni. Mi scrisse quasi subito, dicendomi che l’articolo lo aveva colpito, e di lì a poco iniziò una collaborazione fittissima. Se dovessi scegliere due parole da associare a Giovanni, sarebbero senza dubbio entusiasmo e gentilezza. È anche grazie a lui se oggi ricordo il periodo del Covid non soltanto come un tempo sospeso e difficile, ma come un periodo di crescita, di collaborazione e, in qualche modo, di pienezza. Ricordo ancora la nostra prima videochiamata: davanti a me c’era questo ragazzo bruno, dai capelli scompigliati e gli occhialini tondi, che con il suo modo di fare pacato e gentile mi parlava di progetti ambiziosi con una luce negli occhi ed unintelligenza che era impossibile non notare. Di Giovanni non potevi non fidarti. Quando mi scriveva dicendomi che aveva appena contattato un certo scrittore rinomato per intervistarlo, io gli rispondevo con il mio solito appiglio nichilista: “Ma figurati se ci risponde”. E invece, puntualmente, andava esattamente come aveva previsto lui. Così, nel giro di pochi giorni, ci ritrovavamo a programmare l’intervista e a leggere interminabili libri di filosofia per prepararci alle domande da porre. La parte che preferivo, però, arrivava dopo. Terminata l’intervista, io e Giovanni ci chiamavamo, felicissimi per come fosse andata, ripercorrendo le nostre domande, le risposte ricevute, gli incontri appena fatti. E in quella felicità c’era anche la consapevolezza di esserne usciti entrambi arricchiti. Se ripenso oggi a quegli anni, credo che ciò che più mi manca non siano soltanto i progetti, le interviste o gli scambi di opinioni, ma quella particolare forma di entusiasmo che nasce quando qualcuno crede insieme a te nella possibilità di fare qualcosa. Giovanni aveva questa capacità rara: trasformare unidea in un incontro e un incontro in qualcosa che restava. E, forse, non è un caso che tutto sia cominciato proprio dalla noia, quella stessa noia di cui avevo scritto nel mio primo articolo. Heidegger sosteneva che la noia può aprire uno spazio nel quale il mondo ci si rivela diversamente. Giovanni, in quegli anni, ha saputo riempire quello spazio e, anche nei momenti in cui il mondo sembrava restringersi fino a lasciarci soli, bastava un libro o una persona come lui per tornare a sentirsi vivi. Grazie di tutto Gio, ci mancherai tantissimo”. Giusy Nardulli

“Caro Gio,
non riesco a scrivere nulla che ti riguardi senza rivolgermi direttamente a te. Ora che il pilastro che costituivi nella mia vita è crollato, l’uso della terza persona ti renderebbe ancora più distante e irraggiungibile di quanto tu non sia adesso. Poiché questo pensiero mi è insopportabile, parlerò di te parlando con te. Almeno un’ultima volta.
Cosa dovrei dire per ricordarti? Dovrei forse iniziare da un ricordo vero? Se chiudo gli occhi ti vedo ancora entrare trafelato a lezione, in un’aula qualsiasi di via Zamboni: la zazzera di capelli bruni, la barba negli anni sempre più folta, la montatura spessa degli occhiali; laura di fulgida grazia, calma e gentilezza che ti galleggiava attorno. Se li chiudo di nuovo, invece, ti vedo fare capolino in biblioteca prima di un intenso pomeriggio di studio, con l’ennesimo romanzo in mano o in borsa, pronto a intimarmi con gioia: «Questo te lo devi leggere. Quando ho finito te lo presto». E poi via, a lettura terminata, a parlarne per ore passeggiando per le strade di Bologna, librandoci in voli pindarici infiniti, atterrando solamente quando giungeva il momento di tornare a casa. Eravamo giovani, eravamo instancabili. Credevamo di avere tutto il tempo del mondo e ci barcamenavamo tra lo studio e la rincorsa dei giganti del passato, della prossima uscita letteraria, del prossimo caso editoriale, del prossimo incontro con l’autore. Non ti vantavi mai dei tuoi successi, spesso e volentieri non li condividevi nemmeno: li nascondevi per non correre il rischio di far sentire qualcuno da meno. Non ti ritenevi speciale e tutte le volte che ho provato a ricordartelo ho miseramente fallito, perché la tua ineffabile umiltà finiva sempre per avere la meglio. Eppure sono certa che chiunque ti abbia conosciuto in ambito accademico e professionale non abbia potuto fare a meno di cogliere la tua genialità, la cristallina penetranza delle tue argomentazioni, la devozione e il trasporto per le domande, per la ricerca. Avevi ancora un mondo da donarci. Amavi studiare, amavi leggere, e parlavi spesso attraverso i libri. Mi inoltravi passi da cui nascevano riflessioni, confronti, interrogativi vertiginosi. I libri erano il tuo linguaggio d’elezione, un ponte attraverso cui aprirti agli altri ti riusciva naturale; erano il tuo modo di legarti alle persone, di tracciare solchi. Avevamo l’abitudine di scambiarceli e, quando le nostre strade si sono — solo geograficamente — divise, ci siamo promessi di spedircene uno all’anno per i rispettivi compleanni. Ricordo ancora il primo che mi regalasti, i Dialoghi con Leucò di Pavese, e l’ultimo, Piccole cose da nulla. Due estremi che oggi sembrano racchiudere l’intero perimetro della tua anima: la ricerca altissima e insondabile del senso da un lato, e dall’altro la cura silenziosa per i dettagli minimi, la grazia discreta di cui eri fatto. È un cerchio che si chiude e mi fa venire i brividi. I libri erano anche il tuo rifugio. «Che bello sarebbe poter passare tutto il tempo a leggere?», mi dicevi sempre. E una volta aggiungesti: «Il mio sogno sarebbe investire tutti i miei risparmi in una libreria». Dall’altro capo del telefono ti risposi «ma sei matto, con i tempi che corrono?», ironizzando sulle tue illusioni. Ma la verità è che i tuoi sogni erano inaffondabili. Eri un Astolfo pronto a viaggiare fin sulla Luna pur di andare a riprendere il senno, la bellezza e l’incanto che questo mondo terrestre continua a smarrire. Era così bello sentirti sognare, percepirti felice. Quando parlavi di Frammenti o di Palomar lo facevi con l’entusiasmo puro e contagioso di un bambino. Immaginavi un mondo in cui con la cultura e l’educazione avremmo potuto scacciare il dolore dell’iniquità e sciogliere quell’indifferenza ottusa, spogliata di empatia, verso cui vedevamo scivolare il tempo presente. È per questo che, attraverso la parola scritta, cercavi ostinatamente di edificarne uno più giusto, attento e sensibile — esattamente come eri tu. La tua sensibilità era una dote rara: il modo in cui riuscivi a decifrare le persone, il modo in cui ti lasciavi attraversare dalla vita, l’intensità con cui sentivi ogni cosa mi lasciavano attonita, così come la profonda gentilezza insita nel tuo modo unico di stare al mondo. Non dimenticherò mai quella volta in cui mi raggiungesti correndo in biblioteca. Si girarono tutti, sembrava un blitz. Sollevai lo sguardo dai miei libri, sconvolta, e ti chiesi perché fossi arrivato di corsa. Tu — fiato corto e zaino in spalla — mi rispondesti che stavi per perdere il treno, schiaffandomi contemporaneamente un libro sul tavolo: Resto qui di Marco Balzano. «Lo devi leggere subito! Viene alle Librerie.coop tra una settimana, noi ci andiamo!». E io, incredula: «Ma così perdi il treno!». E tu: «Questo era più importante. E comunque ce la faccio, ciaooo!». In quel momento sentii magicamente di essere importante anche io. Era questo il tuo più grande super potere: far sentire le persone viste, speciali, comprese. «Lattenzione è la forma più rara e più pura della generosità», mi dicesti una volta, citando Simone Weil. Da allora è diventato il mio comandamento. Ma per te l’attenzione e la generosità non erano un dovere morale: erano il tuo modo naturale di respirare e sono stati la tua bussola fino alla fine. Anche nel bel mezzo della tempesta, eri sempre pronto ad abbandonare la tua nave pur di reggere il timone di qualcun altro, per assicurarti che tornasse al porto, che tornasse a casa. Riuscivi a far combaciare tutto, facendo sentire chiunque indispensabile. Voglio salutarti elencando i tuoi piaceri”. Me li scrivesti un giorno dopo avermi inoltrato un bellissimo testo di Brecht, intitolato proprio così. Li trascrivo qui, nel tentativo vano di raccontare la luce della persona che eri e l’immenso vuoto che lasci:

  1. Voltare pagina, scrivere
  2. Salire in montagna
  3. Viaggiare, Parigi
  4. Correre destate, sentire il viso arrossito nello sforzo
  5. Spegnere la luce prima di dormire
  6. Fare attenzione
  7. Condividere letture
  8. Mangiare dopo aver pulito le pentole nelle quali ho cucinato
  9. Passeggiando, guardare di notte linterno delle case altrui
  10. Un bel maglione
  11. Le decisioni improvvisate, ma sicure
  12. Entrare in libreria
  13. Accarezzare, i capelli
  14. Le cene con gli amici
  15. Le prime cinque bracciate quando mi tuffo in acqua
  16. Essere gentile.

Spero che dove ti trovi adesso Gio il mare sia placido e sconfinato. Che ti sia goduto le tue cinque bracciate prima di lasciarti andare alla corrente. Spero che lì, tra le tue pagine e la luce vera delle cose, ci sia un posto custodito anche per noi. E che quando arriveremo, tu sarai lì ad aspettarci con l’ennesimo libro tra le mani, pronto a stringerci tutti in un abbraccio senza fine”. Sara Campisi

“Out of the blue, Giovanni contacted me in mid-June 2024 to see if he could visit us here at Lancaster University, in the northwest of England, as part of his PhD project. His thesis, he said, was provisionally titled ‘Towards a Transcendental Geology: A Philosophical Cartography of the Anthropocene’. I had no idea what transcendental geology was, but I was intrigued. By September he was here. We used to meet for coffee. Two or three hours would fly past as we roved between Marxist political ecology, Anthropocene science, Deleuzian becomings and problematizations, and yes, transcendental geology – the idea that the earth is both the condition of possibility our lives and of thought itself. They were mind-bending conversations, and I used to totally forget Giovanni was still a student. I wish I’d taken notes. Less than a year later I was in Venice for the amazing ‘Geoanthropology: Metabolism, Legal Imagination and Geopraxis Conference’ at Ca’ Foscari University that Giovanni helped organize: an event that brought together a community of earth-oriented thinkers from numerous disciplines. This led to a visiting fellowship at Ca’ Foscari’s NICHE Centre for Environmental Humanities, just a couple of months ago. At a time in my career where I thought things might start to slow down, I found myself with new projects, new collaborators, new friends. I was meant to be helping open doors for Giovanni, instead he opened them for me. My Lancaster colleague, cultural theorist-geographer Jessica Dubow was also hugely impressed after the conversations she had with Giovanni. She was very keen to for him to work his thesis up into a book in the series Toposophia: thinking place/making space that she co-edits with philosopher Jeff Malpas. We were recently in conversation with Giovanni, plotting to see if we could get him back to Lancaster to start work on the book. Of course, he had other big possibilities in the pipeline. I am only just finding out all the things he’d done. I wish I could read Giovanni in Italian; I have heard his writing is remarkable. As Jessica said to me, it makes total sense that he was a beautiful writer – he had a special something about his person. I am hoping we can find a way to get more of his thoughts and words into English. But even if Giovanni had never written another word, we would not miss him any less. With his gentle smile and razor-sharp thinking, he brought so many of us together, from different disciplines and across the planet. As another one of Giovanni’s ‘community’ Megnaa Mehtta put it: ‘it is beautiful to think of the many connections he made and left behind and I hope we get to honor them’. It was a pleasure to know you Giovanni, and yes, you will be journeying with us, in our thoughts, our conversations, our laughter”. Nigel Clark

“Gli archivi digitali ci aiutano a riempire i buchi che, inevitabilmente, lascia la memoria. Così è stato facile controllare: il tuo primo articolo per Frammenti Rivista risale a dicembre 2016. Dieci anni fa. Sei stato con noi per un terzo della tua vita. In questi dieci anni, seppure a distanza, ti ho visto crescere, raffinare la tua bellissima scrittura e mettere a fuoco il tuo pensiero. Sei stato uno dei nostri autori di punta, ma con grandissima umiltà ti sei anche messo in discussione diventando il nostro primo tirocinante. Impossibile contare gli articoli che hai scritto. E poi le videointerviste, il podcast. Infine, nel 2023, abbiamo coronato questo percorso con la nascita di Palomar, la nostra, la tua rivista di filosofia. Sei stato una presenza preziosa per tutti noi, nelle riunioni di redazione le tue proposte sono sempre state originali e interessanti. Ti ho visto crescere, dicevo, ma ci hai anche fatto crescere. E oggi il vuoto ci toglie il fiato e le parole. Tu non ci sei più, ma resterai con noi per sempre in tutto quello che hai scritto. Non ti dimenticheremo mai, te lo prometto. Grazie di tutto, Giovanni, amico fragile”. Michele Castelnovo

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