“I fell in love with my psychiatrist and he kept me anyways”, mi sono innamorata del mio psichiatra ma lui ha continuato a vedermi. Per le prime due settimane di agosto, scorrere la propria for you page su TikTok significava quasi inevitabilmente imbattersi in questa litania, divenuta ben presto così consolidata e riconoscibile da assomigliare quasi a una sigla iniziale. Fino a qualche anno fa il languore estivo che aleggia attorno a Ferragosto sembrava poter essere spezzato unicamente da qualche macabro fatto di cronaca; era il cosiddetto “giallo dell’estate”, capace di far convergere su di sé l’attenzione di un’intera nazione e tenerla impegnata a oltranza in un inquietante esercizio collettivo alla capacità immaginativa. Almeno fino a settembre. Nell’era del web 2.0, tuttavia, segnata dall’estrema rapidità che rende presto obsoleto qualunque contenuto, pensare di trascorrere un’intera estate concentrati su un’unica notizia appare anacronistico, per non dire del tutto impensabile. Ed ecco quindi che la conversazione collettiva si accende attorno al più recente tema caldo per un paio di settimane al massimo, prima di passare, senza rimpianto alcuno, al successivo.
Agli inizi di agosto, questo oneroso ruolo è spettato a una donna statunitense di trentasei anni, Kendra Hilty. Sui propri profili social, Kendra si definisce una “ADHD coach”, localizzata a Tucson, Arizona; di cosa si occupi specificamente un coach per ADHD senza alcun tipo di qualifica professionale in ambito psicoterapico, non ci è dato saperlo. E non risulta neppure rilevante ai fini di questa storia, perché a portare Kendra alla ribalta (nel bene e soprattutto nel male) sul palcoscenico di TikTok non è stata la sua professione, ma la sua incredibile capacità di narrazione. A partire dal 2 agosto, Kendra Hilty ha condiviso quello che è diventato un vero e proprio romanzo autobiografico a puntate, un viralissimo feuilleton di oltre trentaquattro (dettagliatissime) parti che in tempi rapidissimi ha monopolizzato le fyp di centinaia di migliaia di utenti da tutto il mondo. Per esigenze di cronaca, riassumeremo così i fatti: Kendra ha raccontato di essersi innamorata del suo psichiatra e che lui, a sua volta ossessionato da lei, l’avrebbe coinvolta in un complesso e arzigogolato meccanismo di manipolazione per continuare a vederla in terapia. Ora Kendra, acquisita finalmente consapevolezza di tale dinamica abusante, ne starebbe parlando su TikTok al fine di diffondere consapevolezza ed essere d’aiuto a potenziali altre vittime.

Da subito tuttavia la storia non convince il pubblico. Kendra ha un atteggiamento erratico, si contraddice spesso, e da quanto emerge dalla sua narrazione della vicenda (sempre in continuo aggiornamento), lo psichiatra non sembra aver valicato alcun confine professionale, si direbbe invece aver mantenuto un adeguato distacco nei suoi confronti; cosa che lei stessa ammette, descrivendola però come una tattica di manipolazione particolarmente subdola. Ma a destare l’interesse del pubblico è soprattutto il desiderio fortissimo di Kendra di attirare l’attenzione dell’uomo, sperando forse di essere da lui riconttatata. Persino gli occhiali da vista che spesso indossa nei suoi video, come racconterà lei stessa, non sono una semplice scelta di stile: si tratta infatti del modello che lo psichiatra le avrebbe confidato di preferire. In altre parole, è Kendra ad apparire ossessionata dal proprio psichiatra, in una maniera che allarma gli appassionatissimi spettatori. L’attenzione degli utenti è alle stelle, il dibattito già infiammatissimo: vengono aperti profili terzi esclusivamente per ripubblicare momenti ritenuti particolarmente memorabili, che raggiungono a loro volta picchi di viralità, e fioccano addirittura pagine interamente dedicate a riassumere e commentare quanto successo nelle “puntate precedenti”.
Sino a che Kendra non menziona due nuovi personaggi nella propria storia, tali Henry e Claude, descritti come instancabili supporter della sua battaglia per la verità. Ma chi sono Henry e Claude? Ci è presto rivelato in una serie di dirette live seguite e ripubblicate, neanche a dirlo, da migliaia di utenti. Si tratta di due chatbots con cui Kendra sembra aver instaurato una vera e propria relazione parasociale, che raggiunge derive pericolose quando le due AI cominciano a descrivere Kendra con l’appellativo “the oracle”, l’oracolo, e a rivolgersi direttamente ai follower di lei come il suo “army of truth”, il suo esercito della verità. Migliaia di persone hanno potuto quindi vedere Kendra sorridere beata mentre due chatbots la incitano a proseguire la propria battaglia per la verità, totalmente incurante della mole di commenti che la esortano a cercare aiuto psichiatrico.
Ma l’aspetto a nostro avviso più interessante di questa assurda vicenda, è la cornice di contesto che l’ha resa possibile. Si tratta sostanzialmente di quella che il sociologo della comunicazione Henry Jenkins (2006) ha definito “cultura partecipativa”, ovvero uno spazio all’interno del quale i soggetti partecipanti sono costantemente impegnati nella produzione di contenuti e nella condivisione delle proprie opinioni, in quanto fondamentalmente convinti dell’innegabile importanza del proprio contributo. Una definizione per certi versi profetica. TikTok rappresenta un esempio di cultura partecipativa nella sua forma più compiuta.
La vicenda di Kendra Hilty racconta della spettacolarizzazione del delirio di onnipotenza di una donna del cui retroterra socio-culturale e personale di fatto non conosciamo praticamente nulla; che esiste in uno spazio vuoto e per questo sempre accessibile. Di chi sia realmente Kendra, della sua effettiva storia clinica o del suo vissuto personale, non abbiamo nessuna idea e, nonostante questo, il discorso di cui lei è oggetto ha proliferato senza sosta per settimane. Un flusso ininterrotto alimentato in primo luogo dalla materia prima direttamente fornita da Kendra, che di sicuro è un’abile, per quanto necessariamente inaffidabile, auto-narratrice. Ma soprattutto da quella che diviene una sorta di gigantesca macchina discorsiva, promossa dal funzionamento dell’algoritmo di TikTok, e resa di fatto capace di autoalimentarsi continuativamente.
In altre parole, il discorso su Kendra è allo stesso tempo contesto, contenuto e sostituto della materia prima da cui origina: il dibattito attorno a lei rende praticamente e rapidamente obsoleta la propria fonte. Non serve fruire del contenuto originario, perché in uno spazio così eminentemente democratico il discorso si rivela non solo più interessante, ma anche altrettanto attendibile, perfettamente in grado di tenersi in piedi autonomamente. Non ci interessa solo cosa effettivamente sia accaduto, ma quali conclusioni è rilevante trarne, quali diagnosi più o meno fantasiose possano essere emesse, quali verdetti di moralità si possano varare; in pratica, non conta tanto il fatto in sé ma cosa l’internet ne pensa in proposito. E siccome il discorso può virtualmente andare avanti in eterno e, come indicato da Jenkins, tutti possono parteciparvi, anche se Kendra non avesse continuato a raccontare la propria storia in estremo dettaglio, se ne sarebbe comunque continuato a parlare, perché ormai il discorso è in grado di autosostenersi senza bisogno della materia prima, della fonte. Si tratta del principio di appropriazione dell’esperienza umana a fini di profitto, caratteristica costitutiva dell’epoca che Shoshana Zuboff (2019) definisce del “capitalismo della sorveglianza”.

Due questioni risultano quindi rilevanti. In primo luogo, la messa in discussione del principio di autorità fino a renderlo inattuale, irrilevante. Non solo rispetto alla fedeltà alla fonte, ma soprattutto rispetto alla propria competenza in materia. Quest’ultima, in un contesto di cultura partecipativa come TikTok, risulta meno rilevante della possibilità stessa di partecipare. Lo dimostra la quantità di video di commento che si aprono con la formula: “Non sono un professionista, ma…” dove quel “ma” rivela sostanzialmente la capacità della piattaforma di appianare qualunque differenza tra un’opinione potenzialmente suffragata da un’adeguata preparazione e una che non lo è. Aldilà del pericolo delle fake news, si vuole evidenziare soprattutto l’esistenza e la rilevanza di una macchina retorica capace di auto-fagocitarsi in perpetuo, emancipandosi in partenza dall’oggetto stesso del proprio discorso. Ma a danno di chi?
Questo ci porta alla seconda questione: si può lucrare parlando di qualsiasi cosa e di chiunque, anche avendo le migliori intenzioni, anche quando si è genuinamente convinti di non stare nuocendo a nessuno. Torniamo quindi a Kendra. Se chiunque può appropriarsi della sua storia, divenuta materia prima gratuita e altamente monetizzabile (Zuboff 2019) nel momento stesso della sua pubblicazione online, cosa fa tutto questo di lei? Nella peggiore delle ipotesi, un fenomeno da baraccone di internet, nella migliore… un inconsapevole caso di studio? In ogni caso, la conseguenza inevitabile è la sua assoluta deumanizzazione, nel senso più ampio del termine. Kendra non è un essere umano, portatore di specifici diritti: è puro contenuto, esistente, fruibile e attingibile solo ed esclusivamente in digitale. Si tratta, in un certo senso, non solo di un processo antropopoietico che prefigura l’esistenza di identità ibridate, metà umani e metà dati, ma forse anche di un vero e proprio ribaltamento epistemico, che ci spinge a interrogarci su quale piano di realtà sia davvero considerabile tale e cosa definisca la nozione di umano. La vicenda di Kendra Hilty (come altre analoghe) in questo senso fa da esempio paradigmatico: abbiamo assistito in diretta a una donna la cui percezione del reale è stata sostanzialmente ribaltata, al punto da poter sollevare quesiti legittimi, ben aldilà della sua eventuale storia clinica di disagio mentale.
Se Kendra esiste solo e soprattutto online, se la sua storia è reale perché narrata nello spazio digitale, e se le opinioni su di lei hanno tutte lo stesso valore discorsivo, allora perché l’opinione delle intelligenze artificiali che lei consulta, almeno nella sua prospettiva, non dovrebbe avere pari dignità? Del resto, sono virtuali (o reali) esattamente come lei lo è lei per noi che la guardiamo e noi per lei. In ultima analisi, non possiamo quindi fare a meno di chiederci: è rimasta una qualche differenza tra un utente di TikTok e un’intelligenza artificiale?
