I nuovi signori del feudo. Il tecno-feudalesimo secondo Cèdric Durand

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Le infrastrutture digitali che regolano l’economia della conoscenza – il modo in cui ci scambiamo informazioni, e il modo in cui queste informazioni servono alla produzione e alla riproduzione della vita – hanno ridefinito il mercato globale. Toni Negri e Micheal Hardt, venticinque anni fa, ritenevano che questa nuova forma di produzione, che loro denominavano “immateriale”, fosse a sua volta il presupposto di una nuova forma di sovranità: l’impero. Decentrato, delocalizzato, orizzontale, l’impero nasce come esito della crisi dello stato-nazione, supera quest’ultimo per mezzo della costruzione di una rete di estrazione di valore diffusa globalmente. Ogni corpo e ogni cervello, secondo Negri e Hardt, sono presi in questa rete, e messi a lavoro: comunicare e scambiarsi informazioni, dati, è il bacino di valorizzazione capitalistico che definisce l’impero.

Il tecno-feudalesimo

Nonostante le infrastrutture digitali che regolano l’economia della conoscenza continuino a strutturare il mercato globale, la sua configurazione non sembra essersi distesa orizzontalmente, delocalizzandosi sempre più. Al contrario, essa si è verticalizzata in grandi monopoli di capitale. L’economista francese Cédric Durand ha denominato “tecno-feudalesimo” questa nuova forma di organizzazione del mercato: «proporre questa parola strana – “tecno-feudalesimo” – significa anzitutto porre il problema del modo di produzione», vale a dire dell’insieme delle forze sociali (rapporti di produzione) e materiali (forze di produzione) che determinano il modo in cui avviene la produzione all’interno di uno specifico assetto storico-sociale. Come si articola il modo di produzione che definisce la congiuntura attuale? Si tratta, dice Durand, di una nuova forma di feudalismo

Secondo Durand, il feudalesimo si caratterizza essenzialmente per tre elementi: 1) esso stabilisce dei rapporti di dipendenza (i servi della gleba non possono lasciare la terra che lavorano); 2) è definito da una logica predatrice, basata sulla guerra territoriale: l’economia è una funzione del potere che ciascun signore guadagna sul proprio vicino; 3) esso è stagnante «dal momento che le risorse disponibili sono dilapidate nella guerra o nel lusso piuttosto che nell’investimento». Queste tre, fondamentali caratteristiche definiscono il punto di convergenza del mercato globale, sospinto dall’evoluzione dalle tecnologie dell’informazione e digitali, e delle aziende che le posseggono.

Nata inizialmente nell’ambito della controcultura americana degli anni ’60 come mezzo d’opposizione alla militarizzazione della società, l’ideologia californiana della start up e del do it yourself sembrava andare in direzione di un capitalismo della libera impresa e dei piccoli imprenditori. Oggi, ciò che accade è il contrario: «la situazione economica non assomiglia in nulla a un capitalismo delle piccole imprese. Al contrario, si osserva piuttosto una continuità nella tendenza alla monopolizzazione, caratteristica storica del capitalismo […]». Se agli inizi degli anni 2000 (quando scriveva Negri), delle dieci aziende più grandi al mondo, solo una – Microsoft – faceva parte del settore del digitale, oggi sono quattro su cinque – di nuovo Microsoft, Facebook, Google e Amazon. Ecco i nuovi feudatari. Con essi, ecco i nuovi servi della gleba. L’infrastruttura digitale che regola l’economia della conoscenza e del lavoro è controllata da tali aziende: da un lato, i più semplici servizi utili alla vita quotidiana, così come quelli più complessi, dipendono dalle funzioni messe a disposizione da tali infrastrutture. Dall’altro, ogni bit d’informazione è un atomo di valore estratto dalle Big Tech. In altri termini: usandole, lavoriamo per loro.

Le informazioni sono raccolte in massa, in modo indiscriminato, sotto forma di tracce lasciate dall’uso dei servizi digitali. Di queste grandi masse di dati, si può, grazie alla potenza di calcolo dell’informatica, generare dei fenomeni rilevanti e delle regolarità inattese rispetto al comportamento di chi utilizza i dati. Queste regolarità permettono di prevedere, anticipare, e questa previsione offra la possibilità di guidare le loro scelte – e dunque di governarle.

Non solo economico: il potere del tecno-feudalesimo è anche politico; anzi, il potere politico si schiaccia su quello di gestione economica, legato alla capacità di sorvegliare, prevedere e regolare il comportamento degli utenti, per estrarne valore: come disse Larry Page, uno dei fondatori di Google: «sapere ciò che volete e dirlo prima che lo domandiate, questo è l’obiettivo di Google». A questo proposito, Durand parla di una nuova servitù della gleba interamente digitalizzata.

Monopolio della rendita

Secondo Durand, proprio come nel modo di produzione feudale, questa monopolizzazione si traduce in una guerra predatoria e sfruttatrice che si gioca non più sulla produzione di profitto, ma sull’appropriazione della rendita derivata dalla monopolizzazione delle infrastrutture digitali. Anche su questo punto, c’è uno scarto fondamentale rispetto alla prima età capitalistica: mentre il capitalista della Rivoluzione Industriale può appropriarsi delle macchine per filare il cotone di una fabbrica, e sfruttarne la rendita, i nuovi signori del feudo hanno dalla loro parte monopoli che si estendono globalmente, che non sono cioè localizzati: «privatizzare gli intangibili [cioè le piattaforme digitali] significa proibire la circolazione delle conoscenze in generale (e non all’interno di un preciso quadro di produzione), e dunque impedire all’umanità intera di averne accesso». Questo meccanismo passa anzitutto per i brevetti (si pensi al tentativo portato avanti da Amazon di brevettare l’acquisto con un click, poi non riconosciuto dall’Unione Europea). Nondimeno, i dati su cui si esercita la rendita sono centralizzati, così come le infrastrutture materiali attraverso i quali sono veicolati: sono cioè detenuti dalle Big Tech, sono «stoccati in cloud grazie alle capacità di Microsoft, Google o Amazon – che sono i soli ad avere questo tipo di capacità a livello mondiale». Nuoti attori di mercato, nuovi meta-attori della conoscenza:

Le Big Tech, per mezzo della loro centralizzazione, la loro monopolizzazione dei dati e la loro sorveglianza del cloud e dell’IA, divengono dunque degli agenti “meta” della conoscenza, indispensabili a tutti gli altri agenti economici. Essi conducono la circolazione delle informazioni e della conoscenza sociale, diventata un’infrastruttura chiave dell’economia contemporanea e del funzionamento delle società nel suo insieme.

A poco servono le regolamentazioni anti-trust: secondo Durand, ciò che occorre per rovesciare questa nuova forma di sovranità è quando l’economista francese chiama pianificazione “cyber-ecosocialista”: sganciare la pianificazione da modelli di natura economica e soprattutto monetaria; reinserire calcoli “in natura” che tengano conto dei limiti planetari contro i quali si scontrano le dinamiche di sfruttamento materiali delle Big Tech, istituire una “comunizzazione” delle piattaforme e della loro regolamentazione.

Ma queste forme utopiche di cyber-eco immaginazione, che presa hanno sul reale? L’analisi di Durand, che mette in campo concetti utili, e che fanno luce senz’altro su nuove dinamiche che caratterizzano il capitalismo digitale contemporaneo, pecca di astrazione, dimentica cioè di guardare sotto queste pipeline di dati che sembrano governare il mondo, di rovesciarle. È lì che avrebbe trovato la sua genesi viva e operativa – il lavoro umano – e, con esso, il suo soggetto rivoluzionario.

Giovanni Fava

Classe 1996; filosofia, Antropocene, geologia. Perlopiù passeggio in montagna.

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