La parola come gesto originario
Nel mondo poetico e politico di Paolo Volponi la parola non è mai un semplice strumento, ma un atto originario, un gesto fondante della soggettività e della relazione con il mondo. L’idea che la parola abbia un valore generativo attraversa tutta la sua produzione, sin dagli esordi lirici, e si radica anche nella sua attività parlamentare, quasi a voler mantenere una fedeltà profonda alla dimensione poetica anche quando l’arena muta e diventa quella del dibattito istituzionale.
Non vi è frattura tra il poeta e il politico, perché entrambi gli ambiti, per Volponi, si nutrono dello stesso impulso primordiale: dare forma al caos, all’informe, all’esperienza vissuta attraverso la lingua. Fin da ragazzo, la poesia fu per lui non tanto una vocazione estetica, quanto una necessità ontologica. «Nulla diventava mio», scrive a proposito dell’esperienza scolastica, segnata da un’estraneità profonda, da un’incapacità di assimilare il sapere in forma viva. In questo rifiuto dell’apprendimento scolastico tradizionale, che egli vive come un’istituzione claustrofobica e opprimente, si delinea già il suo profilo di intellettuale irregolare, restio alle ortodossie, insofferente ai rituali della trasmissione del sapere imposti dall’alto. La poesia nasce proprio lì, come atto di sopravvivenza contro il conformismo pedagogico. Per il giovane Volponi, scrivere versi era una forma di appropriazione linguistica del mondo, un modo per trasformare l’estraneità in esperienza. È significativo che anche nell’intervento parlamentare del 1985 sulla riforma della scuola, uno dei momenti più alti e poetici della sua carriera politica, Volponi scelga di cominciare con un’affermazione in apparenza anacronistica: «Tacere o parlare dicendo cose migliori del silenzio».
È la voce del poeta che entra nelle aule del potere, che impone alla retorica politica il peso della verità esistenziale. A partire da quel discorso, la parola parlamentare si carica di biografia, si mescola con la materia autobiografica, con i fantasmi del ginnasio, con i ricordi della professoressa diffidente, del preside-guardiano, della latrina che lo intimidiva. L’autonarrazione si fa denuncia, la memoria privata diventa strumento per smascherare l’ipocrisia di un sistema scolastico ancora legato a logiche autoritarie, retrive, figlie di un’estetica della disciplina figlia diretta della pedagogia fascista.

Un’elezione fuori tempo: Volponi in Parlamento
Quando Volponi entra in Senato nel 1983, l’Italia è in piena mutazione antropologica. Sono gli anni dell’euforia economica, del mito dell’individuo imprenditore, delle televisioni private che trasformano la politica in spettacolo, della graduale dissoluzione dei grandi partiti ideologici. È lo stesso clima che Pasolini, poco prima della sua tragica fine, aveva lucidamente denunciato come mutazione antropologica irreversibile, passaggio da una società fondata sulla civiltà contadina a un modello di consumo massificato e deregolato. Volponi arriva alla politica proprio nel momento in cui il legame fra ideologia e azione si sta disfacendo, e in questo paradosso si misura la sua solitudine. La sua elezione da indipendente nelle liste del PCI è già un indizio di estraneità, una condizione di marginalità scelta e accettata. Non è un uomo di partito, ma un intellettuale che decide di attraversare la politica per portare dentro di essa la forza di una visione alternativa. Non cerca consenso, ma verità. E come ogni verità che si rispetti, quella di Volponi è scomoda, spigolosa, intransigente. La sua idea di modernizzazione è l’antitesi di quella perseguita dal craxismo trionfante: dove Craxi invoca scenografie, immagine, velocità, Volponi risponde con lentezza, profondità, interiorità.
Nel suo universo culturale, non vi è alcuna nostalgia passatista, ma neppure alcun feticismo del nuovo. La parola “modernizzazione” è per lui ambigua, pericolosa, perché spesso usata per giustificare l’omologazione e l’abbandono delle classi più fragili. Nei suoi discorsi, come nei suoi romanzi, la tensione etica e quella estetica coincidono: non c’è separazione tra l’intellettuale e il cittadino. È proprio questa radicalità etico-estetica a renderlo una figura irregolare, di difficile collocazione anche dentro la sinistra a cui si sente affine.

Scrivere come atto politico
La politica non rappresenta per Volponi una deviazione dalla scrittura, ma una sua prosecuzione in altri termini. In una lettera indirizzata a Franco Fortini, scrive di voler vivere l’esperienza politica «da scrittore, per tentare di organizzare una verità sociale come romanzo o poema». È una dichiarazione d’intenti che rivela il nucleo più profondo della sua visione: la scrittura come costruzione di verità. E se nel romanzo la verità è incarnata nei personaggi, nelle situazioni, nei conflitti, in Parlamento essa si traduce in proposte, in parole dette pubblicamente, in atti che tentano di opporsi alla deriva cinica del potere. La sua idea di politica è ancora intrisa di ethos comunitario.
Nonostante il disincanto crescente, Volponi continua a credere che le parole possano modificare la realtà, che la cultura sia «la somma degli strumenti per affrontare e trasformare il mondo». In un tempo in cui la politica smette di pensare e comincia a funzionare solo come gestione dell’esistente, Volponi ripropone invece la politica come luogo della domanda, dell’interrogazione radicale. Proprio per questo, il suo linguaggio appare spesso spiazzante: più vicino a quello del romanzo che a quello della mediazione partitica. Anche nelle aule parlamentari, Volponi resta un poeta: parla per immagini, evoca memorie, interpella i colleghi non con argomenti ma con visioni. La sua è una “scrittura esposta”, come scrive Giovanni Raboni, attraversata dal tempo, sempre in tensione tra utopia e denuncia. L’eredità di Olivetti – il dirigente illuminato che aveva incontrato negli anni ’50 – non è dimenticata: ritorna nell’idea che l’impresa possa essere luogo di comunità e non solo di profitto. Ma anche questo sogno si infrange. Le sue dimissioni da Fiat e dalla Fondazione Agnelli non sono semplici gesti politici: sono fratture biografiche, veri e propri traumi simbolici.
Dal senato alla crisi della parola comunista
Il crollo del muro di Berlino, il disastro di Chernobyl, la fine del PCI, la nascita della PDS, l’ascesa di Berlusconi: gli ultimi anni di vita di Volponi coincidono con una frattura storica e personale. La morte del figlio Roberto nel 1989 segna un punto di non ritorno nella sua biografia, trasformando il suo impegno politico in un percorso più amaro, più solitario, più urgente. Decide, per la prima volta, di iscriversi al PCI proprio nel momento della sua dissoluzione: un gesto simbolico e testamentario. Non accetta la trasformazione in senso moderato della sinistra italiana, ne denuncia l’abiura ideologica e il cedimento al linguaggio liberale. La sua adesione a Rifondazione Comunista è un’ultima, ostinata forma di resistenza. In questi anni la sua parola ritorna lirica, vibrante, carica di passione civile. Alle Feste de l’Unità si fa tribuno del popolo, parla ai giovani, cerca una nuova comunità possibile. Ma non è più tempo per i poeti: il nuovo lessico della politica è fatto di marketing, storytelling, slogan pubblicitari. Volponi si muove in un contesto che non lo riconosce, che lo percepisce come anacronistico, eppure è proprio questo suo essere fuori dal tempo a renderlo necessario.
Lo scrittore-senatore non smette di scrivere, ma i suoi romanzi diventano sempre più distopici, più visionari, più disperati. Le mosche del capitale è il canto funebre di un’idea di impresa etica ormai scomparsa. Bruto Saraccini è l’ultimo uomo morale dentro una fabbrica che ha perso ogni umanità. La parabola è conclusa: il capitale ha divorato la cultura, la tecnica ha reso superflua la coscienza.
