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Filosofia da programma tv: alcune note su Temptation Island

22 minuti

Con il proverbio “tieni gli amici vicini e i nemici ancora più vicini” si vuole indicare un controllo, una puntigliosità che porti a non dimenticare determinate situazioni, soprattutto quelle più spinose e fastidiose (appunto, riguardante i nemici). Una dinamica fastidiosa e poco incline a sviluppi filosofici concerne il programma Temptation Island, che si potrebbe rinominare “Nulla Island”, utilizzando un soprannome. Abbandonando ogni tentativo di commentare superficialmente la trasmissione , è bene immergersi in alcune questioni filosofiche che è possibile notare e che non devono essere sottovalutate, essendo questo programma una modalità di espressione invasiva del potere che agisce. Innanzitutto, bisogna discostarsi da ogni analisi psicologica, quindi dai soggetti in campo, dalla loro interiorità data da pensieri, sentimenti ed emozioni. Questo è proprio ciò che bisogna eliminare se si vuole intravedere un altrove. Tale dimensione totalmente altra è al di là dei soggetti: si nasconde nelle azioni degli ideatori e creatori del programma, che a loro volta fanno parte del grande potere mediatico e consumistico con cui abbiamo continuamente a che fare.

Immagini triplicate

Non serve ripercorrere la storia della filosofia per rendersi conto del ruolo che le immagini hanno ricoperto nel corso del tempo. Geroglifici, simboli, emblemi e icone sono sempre stati presenti come immagini che hanno caratterizzato una non-umanità, creando e plasmando una continuità di linguaggi. Liberarsi dalle immagini è impossibile: tutti noi ci troviamo all’interno dell’inconscio collettivo di Jung, soggetti alla loro numinosità che costantemente ci appare. E proprio nella nostra società tecnologica, questo ruolo di manifestazione delle immagini ha conosciuto una produzione tendente all’infinito, attraverso la televisione, il cinema, e, oggi, anche grazie ai social media.

Questi tre mezzi costituiscono la base, la struttura corporale dei programmi televisivi di oggi. Vengono infatti trasmessi in TV, raccontando storie come al cinema, per poi essere commentati nei vari social da tutti i telespettatori in tempo reale. Una trinità sacra, come quella cristiana, che portano questi programmi all’apice (in particolare, oggi, Temptation Island), facendogli fare ascolti da record. Questo risultato possiamo collegarlo alla potenzialità delle immagini. In particolare, alla parte saliente e attiva del programma, che inizia quando le coppie, opportunatamente separate, vengono chiamate per vedere ciò che fanno i rispettivi partner in uno schermo. Ci si trova in un’istante catapultati in un circolo ipnotico di immagini estremamente dirompenti e avvolgenti. Noi telespettatori guardiamo loro (il/la partner delle coppie), che al tempo stesso guardano i rispettivi compagni/e (l’altra parte della coppia). Non si distingue più chi guarda e chi che viene guardato. I soggetti, in realtà, svaniscono per diventare immagini: sono immagini. Quindi abbiamo noi a casa, immagini, che guardano un’altra immagine, e che a loro volta ne guardano un’altra.

Ora, questa condizione non viene creata esclusivamente da questo programma, ma ripercorre una modalità già abbondantemente sperimentata. Un esempio sono i Reaction Video, appunto video di reazione, in cui si reagisce, guardando, a ciò che fanno gli altri. Su YouTube, questi contenuti hanno iniziato a comparire intorno ai primi anni duemila diventando virali e molto seguiti nelle decadi successive fino ad oggi. I social media si basano, ovviamente, sulle reazioni a ciò che si vede: è proprio questo il loro potere. Si diventa un tutt’uno con la rappresentazione messa in scena. Questo avviene perché il programma vuole veicolare un’immagine completamente umanizzata, non artistica. Nessuna alterità deve trasparire dall’immagine televisiva, tutto è perfettamente strutturato per l’Io-immagine che guarda. Appena diventati quest’ immagine umanizzata, si è privi di via d’uscita[1]. La forma e il contenuto televisivo si stabilizzano nello spettatore-immagine come fossero delle catene. Durante questo rituale apocalittico, ci si immerge in una spirale catartica perdendo cognizione del proprio spirito critico, di ciò che si sta vedendo, grazie a un ruolo estremamente attivo ricoperto dall’immagine umanizzatrice, che viene triplicata in potenza (ci sono tre immagini che si guardano) riguardo ad una trasmissione che sta parlando del nulla, dell’osceno [2].

Questa oscenità che va in onda rappresenta tutto il contrario di quello che ad esempio, ne intendeva Carmelo Bene. L’attore definiva il suo teatro osceno (daO-Skené), cioè un teatro che andava al di là di ogni rappresentazione, di ogni pensiero scaturito da un soggetto che tende ad eliminarsi, arrivando a toccare cioè che c’è di invisibile e di incomunicabile. Ebbene, nella trasmissione avviene l’esatto contrario, essendo il polo opposto di tale concezione artistica. La potenza tripla dell’immagine mette in scena tutto l’osceno, inteso come tutto ciò che può essere pensato, rappresentato e messo in pratica da un Io egoico immerso nel sociale, nel giudizio sugli altri attraverso liti, parolacce, discussioni, pianti e riflessioni. Tutto questo crea uno spettacolo che, alla fine, non lascia nulla se non uno stordimento, che colpisce l’Io-immagine con una modalità violenta sempre più accentuata. Incapaci di fare alcunché, ai telespettatori-immagini non rimane altro che immedesimarsi nel contenuto trasmesso, venendone investiti. Per Walter Benjamin, il cinema stesso ricopriva una funzione destabilizzante, attraverso la sua capacità di ingrandire e di far immergere chi guarda nella storia rappresentata, come se fosse una seduta psicanalitica. Proviamo a immaginare quanto possa essere potente e dirompente un programma simile, che supera il cinema incorporando non solo i suoi elementi, ma anche quelli della televisione e dei social attraverso queste tematiche. L’impalcatura invisibile permette di creare un costrutto, una fortezza di immagini che non lasciano scampo agli utenti. Li intrappola in un rituale in cui non c’è mai uno spazio liminale da attraversare, poiché nessuna trasformazione di sé deve essere effettuata.

Musica da consumare

I suoni sembrano essere degli effetti secondari delle immagini ad un primo sguardo. Ma in realtà non lo sono. Anche essi sono immagini vere e proprie che agiscono creando sempre destabilizzazione e suspense per un nulla. Il fine rimane sempre invariato. La musica messa in campo cerca di ricalcare suoni da guerra, violenti, preparativi per chissà quale incontro con chissà quale esercito o mostro: una semplice immagine umana nelle mani del programma, un nulla quindi che si esprime e blatera. Pur essendoci presupposti sonori che paiono rimandare a vicende che richiamano l’Iliade, l’Odissea, quindi a un’epicità, i suoni servono solo ad incollare e a fare aderire maggiormente le immagini tra di loro, come ad esempio, quella dello spettatore con lo schermo in un unicum, sempre umano, che deve perdurare fino alla fine del programma. Oltre a questa funzione incantatrice, la musica viene usata come prevaricazione culturale. Il programma, concentrandosi in quello che il conduttore, anche lui vittima-carnefice al tempo stesso, chiama “un viaggio nei sentimenti” utilizza nella maggior parte dei casi, musica pop italiana o straniera, che parlano principalmente di amore relazionale e tematiche ad esso affini.

Fin qui, si potrebbe pensare ad una scelta condivisibile. È bene ricordare, però, che gli ideatori del programma, sfruttando tutti e tre i mezzi tecnologici, accontentano i telespettatori leggendo i loro commenti e mettendo, magari, canzoni o citando frasi ad effetto rispetto alle vittime-immagini presenti nel programma. Tutto questo non fa che rafforzare il potere delle immagini, soprattutto attraverso la musica (ad esempio mettendo una canzone che contiene il nome di uno dei partecipanti, venendo a loro volta osannati dai telespettatori sui social per il fatto di essere stati accontentati, creando inconsciamente un circolo vizioso).

Ritornando alle scelte musicali, il programma in questione non si accontenta di canzoni o musiche affini al suo show, ma vuole andare ad immettere pezzi musicali di generi o artisti che non c’entrano nulla con queste dinamiche. Mi riferisco, in particolare, alla musica rock o d’autore. Brani di Guns N’ Roses, Metallica e Led Zeppelin, o addirittura di Caparezza (il quale criticò duramente in passato proprio questi programmi trash) entrano a far parte di tale creatura televisiva. Questa scelta può essere vista come una capacità di alimentare il programma all’infinito, con qualsiasi contenuto (in questo caso musicale) anche avverso o distante dal programma (come lo sono questi generi o questi cantautori), poiché l’importante è che ci sia una reazione, non importa se positiva o negativa (magari, alcuni fan di questi artisti potrebbero sdegnarsi sentendo i propri amati pezzi in tale show, e questo è proprio ciò che loro cercano). Il programma abbatte ogni istanza culturale semplicemente per consumare ininterrottamente qualsiasi arte, al fine di attirare l’attenzione verso il consumo estremo. Siamo lontani, troppo lontani, da una musica che addirittura, come ci ricorda Vladimir Jankélévitch, dovrebbe essere un tutt’uno con l’arte filosofica, e questo può avvenire solo quando ci si tuffa nella sua potenzialità creativa. Così ne parla il filosofo francese nel suo scritto Philosophie première. «La filosofia è come la musica, che esiste così poco, di cui si fa a meno così facilmente: senza di lei mancherebbe qualcosa, anche se non si sa cosa: si può, non è vero? ignorare il tutt’altro ordine senza che niente ne consegua praticamente» [3]. E queste narrate sono proprio le conseguenze di tale mancanza.

Intrattenimento? Parliamone

Quanto appena scritto potrebbe essere visto come un racconto moralistico di chi vuole mostrare la sua purezza e la sua estraneità da un universo trash, promuovendo uno spazio culturale o artistico. Non è però questo il punto di vista che vorremmo percorrere. Occorre piuttosto cercare di valutare, con spirito critico (quindi con un’uscita dal proprio Io, dalla propria identità), l’estetica a cui siamo sottoposti. La critica principale che viene rivolta a chi cerca di analizzare tali programmi è che si tratta, in fondo, di programmi d’intrattenimento e che, perciò, devono essere presi come un passatempo, in cui leggerezza e spensieratezza ne fanno da padroni. Tutto ciò non è assolutamente veritiero. Questi programmi sono sottoposti a centinaia di analisi di tipo psicologico, che usano le vicende e le storie delle coppie per far capire come dovrebbe funzionare una relazione sana o per indicarne la tossicità. E queste analisi sono ciò che più repelle e allontana ogni pensiero filosofico da tutta quella psicologia, che si concentra sugli aspetti visibili, ad esempio l’insistenza sui soggetti in campo, come se fossero veramente dei protagonisti. Questo avviene poiché 1) i partecipanti, il più delle volte, recitano, essendo il programma una rappresentazione; 2) sono vittime e prigionieri di sé stessi, dalla propria umanità che non vuole fare altro che apparire. Tralasciando questi aspetti, la televisione agisce sugli utenti da sempre. Marshall McLuhan lo descrisse esplicitamente nel suo, ormai famoso saggio, Gli strumenti del comunicare.

Una volta che abbiamo consegnato i nostri sensi e i nostri sistemi nervosi alle manipolazioni di coloro che cercano di trarre profitti prendendo in affitto i nostri occhi, le orecchie e i nervi, in realtà non abbiamo più diritti. Cedere occhi, orecchie e nervi a interessi commerciali è come consegnare il linguaggio comune a un’azienda privata, o dare in monopolio a una società l’atmosfera terrestre[4].

Il potere, con l’avvento dei mezzi tecnologici, agisce con queste modalità, quindi non esiste una trasmissione seria e veramente “libera” (potremmo, ad esempio, pensare al telegiornale, ma anche in questo caso non è così, e basterebbe rifarsi a quanto scritto o detto da Nietzsche, Derrida e il già citato Carmelo Bene), e una meno seria, un intrattenimento leggero, come si vuole far passare questa trasmissione e altre simili. I nostri sensi, qualunque sia il prodotto esibito, sono catturati e imprigionati, come scrive McLuhan. Questo è bene capirlo per affacciarsi ad un’ottica di potere che consuma, mercifica i soggetti sempre ed ovunque, in ogni vicenda. Ci si trova sempre all’interno dello spettacolo sociale, così come indicato da Guy Debord. Senza spirito critico, senza sondare l’invisibile, è impossibile vedere quell’altrove di cui si parlava all’inizio. D’altronde, lo stesso Pasolini, nella sua ultima opera cinematografica, mise al centro proprio questa tematica, cercando di far capire la pericolosità del nuovo potere. Qui un estratto di un suo pensiero riguardo il significato di Salò o le 120 giornate di Sodoma.

il reale senso del sesso nel mio film è quello che dicevo, cioè una metafora del rapporto del potere con chi gli è sottoposto. Tutto il sesso di de Sade, cioè il sadomasochismo di de Sade, ha dunque una funzione ben specifica, ben chiara. Cioè quella di rappresentare ciò che il potere fa del corpo umano, la riduzione del corpo umano alla cosa, la mercificazione del corpo. Cioè praticamente l’annullamento della personalità degli altri, dell’altro. È quindi un film non soltanto sul potere, ma su quello che io chiamo “l’anarchia del potere”, perché nulla è più anarchico del potere, il potere fa praticamente ciò che vuole e ciò che il potere vuole è completamente arbitrario, o dettatogli da sue necessità di carattere economico che sfuggono alla logica comune. […] Questo vuole essere un film sull’inesistenza della storia. Cioè la storia così come vista dalla cultura eurocentrica, il razionalismo e l’empirismo occidentale da una parte, il marxismo dall’altra, nel film vuole essere dimostrato come inesistente… Beh! Non direi per i nostri giorni, lo prendo come metafora del rapporto del potere con chi è subordinato al potere, e quindi vale in realtà per tutti. Evidentemente la spinta è venuta dal fatto che io detesto soprattutto il potere di oggi. È un potere che manipola i corpi in modo orribile, che non ha niente da invidiare alla manipolazione fatta da Himmler o da Hitler. Li manipola trasformandone la coscienza, cioè nel modo peggiore, istituendo dei nuovi valori che sono dei valori alienanti e falsi, i valori del consumo, che compiono quello che Marx chiama un genocidio di culture viventi, reali, precedenti [5].

Valutare il potere

Ora, senza dilungare ulteriormente il discorso, è il caso di ribadire come non bisogna allontanarsi da questi programmi se dentro di noi il bisogno estetico di vederli si manifesta. Altrimenti negheremo noi stessi. Sono d’altronde fatti apposta per essere guardati, portano con sé una potenzialità estetica che agisce inconsciamente, a cui è difficile resistere. Ma occorre sforzarsi di comprendere al tempo stesso come opera il potere consumistico e tecnologico, oggi più che mai con l’amplificazione dei social media (i nuovi mezzi d’espressione del potere contemporaneo), che ci fa illudere di aver conquistato spazi di tranquillità e di spensieratezza di fronte a questi strumenti, quando invece vengono usati senza pietà e ritegno da chi li gestisce (in estrema sintesi, dallo lo Stato stesso, che è vittima e carnefice di questo meccanismo). Capire questo, prenderne atto, può aiutarci a non subire tutta questa inondazione di potere, e ad agire su noi stessi prima che lo faccia questa marea nullificante, portandoci solo in destinazioni da loro prefissate.

Bibliografia

1 Proprio su questa insistenza a parlare all’umano (dei programmi tv e soprattutto oggi, dei social, in cui ogni contenuto è finalizzato a produrre un attaccamento verso colui che guarda) si scatena la mostruosità del potere consumistico, che distrugge ogni presunta umanità. Pasolini avvertiva, già negli anni 60/70, che il desiderio del potere fosse quello di creare dei bravi consumatori, non dei bravi cittadini. Più che essere attivi consumatori, oggi il ruolo è più che altro passivo, poiché si viene giornalmente investiti da una gargantuesca mole di immagini prodotte esclusivamente dal potere, che ingrandiscono sempre di più la società dello spettacolo preannunciata da Debord. Lo spettacolo agisce in modo più dirompente lì dove incontra una certezza umana, dove ogni alterità non viene più presa in considerazione.

2 Castoro Carmine , Filosofia dell’osceno televisivo: pratiche dell’odio contro la tv del nulla, Mimesis Edizioni, Milano-Udine, 2013.

3 Vizzardelli Silvia, Battere il tempo. Estetica e metafisica in Vladimir Jankélévitch, Quodlibet, Macerata, 2003.

4 McLuhan Marshall, Gli strumenti del comunicare, Il Saggiatore, Milano, 1967.

5 Passannanti Erminia, IL CORPO & IL POTERE. Salò o le 120 Giornate di Sodoma di Pier Paolo Pasolini, Joker (Italia), 2008.

Edoardo Serini

Visioni archetipiche. Estetica e metafisica. Natura e animali. Fantasia, immaginazione ed esoterismo: sono queste le soglie da attraversare.
Attirato dalle alterità di ogni tempo (passate, presenti e future). In ciascuna di esse scorre, silenziosa, una scintilla del divino.
Ps: appassionato anche di cinema

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