Fuggire o restare? Co-crescere nello spazio

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Nella transizione dal XIX al XX secolo sono gli artisti i primi a intercettare le tendenze regressive del modello di vita metropolitano, teso fra individualismo esasperato e le dinamiche massificanti e spersonalizzanti del “progresso” della civiltà. Nel vagabondaggio di un flâneur, «botanico da marciapiede» come definì Benjamin questa figura di girovago tipica di una Parigi passata dalle “grinfie” del prefetto e urbanista Haussmann, qualche golata di assenzio e una visita di piacere a una casa chiusa, il paesaggio urbano per pittori dalla profonda sensibilità, estetica e morale, come Cézanne e Gauguin, non poteva che risultare alienante e, lo si conceda, disgustoso. Un po’ per vocazione, un po’ per condanna, Van Gogh ci navigava in quello «gnommero», avrebbe detto Gadda, di strade e malessere, ma sappiamo a quale tragico prezzo.

Il nuovo paesaggio urbano ha influito severamente sul loro stile e non meno sul loro spirito. Quella di Cézanne e di Gauguin, in particolare, è stata una ricerca (o forse una fuga) pittorica e morale, verso un Eden georgico o esotico di purezza e di autenticità. Cézanne ha scandagliato ossessivamente il monte Saint-Victoire nei pressi di Aix-en-Provence, cercando di dismettere i panni di uomo per farsi paesaggio, mentre Gauguin ha viaggiato a lungo, dalla Bretagna fin all’altro capo del mondo, in quella Tahiti pacifica nella quale ha provato a fare i conti con il suo tupapau (lo spirito dei morti). Gauguin ha saputo avere fiducia nei confronti della sua arte accettando tutta l’enigmaticità di una pennellata «astraente»; Cézanne non si è mai accontentato di suggerire, egli voleva parlare in pittura. Ed è proprio questo che lo ha reso un eroe tragico. È stato Merleau-Ponty a trasformare Cézanne in un Achille moderno, protagonista indiscusso del suo racconto epico sulla percezione1

Nel pittore francese Merleau-Ponty vedeva il riflesso di Husserl, suo maestro putativo. In effetti, l’analogia tra l’artista e il filosofo è straordinaria. Quello di entrambi è stato un itinerario maturato nel solco dell’impressionismo – «alla luce stessa!» avrebbe potuto asserire Monet –, ma infine contaminato poiché, come dice Paul Ricoeur, «il lavoro concreto della fenomenologia […] rivela, per via regressiva, degli strati sempre più fondamentali dove le sintesi attive rinviano continuamente a sintesi passive sempre più radicali. La fenomenologia è in tal modo presa entro un movimento infinito di “interrogazione a ritroso”, nella quale il suo progetto di auto-fondazione radicale svanisce»2. Dalla distanza di un braccio come un quadro di Renoir, o dalla distanza di Sirio, come afferma Merleau-Ponty, l’impressionismo si rivela essere il paradiso perduto della fenomenologia.

Il sogno mitico di purezza crolla di fronte al riconoscimento di una discrepanza inaugurale, a partire dalla quale l’origine o il fondamento si trova differito all’infinito. Non c’è “ritenta sarai più fortunato” che tenga nella chiusura della città, dove appunto, circolano solo monete logore. Ma nemmeno nell’altrove di Aix. Fuor di metafora3: l’immagine della Parigi della belle époque (emblema di città europea di fine Ottocento), pervasa e animata dall’ideologia positivista del progresso, ne mal cela lo scarto materiale e inaridisce gli spiriti che la abitano: rimuove e reifica. Più si cercano di stirare le pieghe dello spazio, più queste si increspano, dimostrandosi riottose all’appiattimento, perché, come ricorda Foucault, «non si vive in uno spazio neutro e bianco; non si vive, non si muore, non si ama nel rettangolo di un foglio di carta. Si vive si muore, si ama in uno spazio quadrettato, ritagliato, variegato, con zone luminose e zone buie, dislivelli, scalini, avvallamenti e gibbosità, con alcune regioni dure e altre friabili, penetrabili, porose»4. La geometria cittadina definita da Haussmann non sa più dialogare con il vivente, con il mondo-della-vita, ovvero con lo spazio concreto degli affari umani; la Aix di Cézanne è invece “troppo umana”. Una città aperta è anche una città senza orizzonte, senza avvenire, ma con un futuro prospero solo per quei pochi che confinano il proletariato nelle periferie, ai margini, dove sorgono ecomostri e si dà libero gioco all’abusivismo edilizio; Aix, al contrario, è abitata da bestie e da cani mossi solo dai loro bisogni primari5

Piccola parentesi: non stiamo più parlando solo della Parigi di fine Ottocento, ma di ogni costruire che ha perso contatto con l’abitare6. L’urbanista-scienziato, tecnico dell’abitare, deve sopprimere le irregolarità, spianare, rendere ordinato e lineare. Provate a guardare di surplomb il quartiere Zen di Palermo e troverete tutta la precisione che desiderate. Molto semplicemente, questo significa non saper trattare le difficoltà dei ceti popolari se non tramite pratiche di controllo sociale e di igiene pubblica che passano dalla gestione degli spazi, pubblici e privati. Per non parlare della felice retorica che accompagna le promesse di mastodontiche opere pubbliche, destinate a diventare prossimi pachidermi esausti in calce e amianto. Appunto, è l’intenzione che conta, sarà sufficiente la prima pietra. 

È questa prassi appiattente e impositiva che Augustin Berque, geografo e filosofo, contesta, facendo polemicamente riferimento al razionalismo di Le Corbusier: «geometrizzare e standardizzare l’habitat, nell’universione della diversità dei milieux umani, è anche assimilarne il funzionamento a un gioco esatto di meccanica, per un rendimento migliore»7. Non più felici i giudizi su Cézanne, colpevole secondo Berque di “aristocraticismo paesaggista”8, e sul postmoderno metabasista9, che, specie in architettura, si lancia nel costruttivismo selvaggio. Tra la pura oggettivazione dell’architetto pianificatore e l’integrale soggettivazione del gusto – opposti ma solidali – il geografo francese pensa a un superamento di questa alternativa prettamente moderna, collocandosi nel frammezzo dei topoi: con Platone, nella chôra. Berque definisce tale luogo come medianza, ovvero il momento strutturale della nostra esistenza. Il paesaggio e il soggetto sono l’esito di un processo dinamico di stimolazione ecologica, trasformazione tecnica e di introiezione simbolica, che Berque qualifica come traiezione. Il paesaggio è impronta e matrice, espressione di una civiltà e schema di percezione, cognizione e azione, che si rilanciano rispettivamente e circolarmente10.

A partire da questo movimento reversibile, soggetto e milieu co-crescono assieme – Claudel e Merleau-Ponty avrebbero parlato di co-nascenza. Ne consegue che a ogni rimozione e a ogni reificazione del paesaggio potrebbe corrispondere l’abbruttimento e l’alienazione del soggetto, e viceversa. Potrebbe. Infatti, la traiezione è tutt’altro che affermazione di determinismo: equidistante da una logica del rispecchiamento (positivista o dialettico-materialista) e da un principio sociologico di simmetria11, la traiezione incarna il movimento della contingenza e della possibilità12. Più mobile di un albero, ancorato al suo fondamento radicale, ma meno anarchico di un rizoma, il soggetto traiettivo co-cresce assieme a un milieu che gli suggerisce certi “usi” possibili. Talune affordances del milieu hanno un peso vincolante, ma sta a noi diventare capaci (se messi nelle condizioni adeguate) di guardare il nostro mondo di traverso, interrogativamente, vedendolo come qualcos’altro, magari un’opportunità di riscatto.

Articolo di Rosario Trimarchi

Note:

  1. Cfr. M. Merleau-Ponty, Senso e non senso, tr. it. P. Caruso, il Saggiatore, Milano 2015, p. 44. ↩︎
  2. P. Ricoeur, Dal testo all’azione, tr. it. G. Grampa, Jaca Book, Milano 2020, p. 26. ↩︎
  3. Tutto il passo è giocato sulle metafore usate da Derrida nel saggio La mitologia bianca, in Margini, della filosofia, tr. it. M. Iofrida, Einaudi, Torino 1997. ↩︎
  4. M. Foucault, Utopie. Eterotopie, tr. it. A. Moscati, Cronopio, Napoli 2006, p. 12. ↩︎
  5. Questo è il giudizio di Cézanne dei suoi concittadini, secondo quanto riferisce Joachim Gasquet. Cfr. J. Gasquet, Cézanne, Les Belles lettres, Paris 2002, p. 262. ↩︎
  6. Ci riferiamo alle celebri analisi di Heidegger. Cfr. Costruire, abitare, pensare, in Saggi e discorsi, tr. it. G. Vattimo, Mursia, Milano 2019. ↩︎
  7. A. Berque, Écoumène. Introduction à l’étude des milieux humains, Belin, Paris 2000, n. éd. 2015, p. 121. ↩︎
  8. Berque parla infatti di principio di Cézanne o, più polemicamente, principio dell’autostrada A7. Cfr. A. Berque, Le pnsée paysagère, Éditions Étoliennes, Bastia 2018, p. 65. ↩︎
  9. Cfr. ivi, p. 330. ↩︎
  10. Cfr. A. Berque, Paysage-empreinte, paysage matrice: éléments de problématique pour une géographie culturelle, “L’espace géographique”, 13, 1, 1984, pp. 33-34, p. 33. ↩︎
  11. Cfr. D. Bloor, Knwoledge and social imagery, The University of Chicago Press, Chicago-London 1991. ↩︎
  12. Cfr. A. Berque, Écoumène, cit., 240. ↩︎

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